ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado Enrico Mattei di Castel di Lama (AP) - Laboratorio di Giornalismo

L’Europa parla di accoglienza. Ma il primo passo è nostro

Iniziamo dalle piccole cose per mettere in campo i principi che hanno ispirato la bandiera con dodici stelle: protestiamo se assistiamo a un’ingiustizia, stiamo vicini al compagno di classe

Quante volte abbiamo sentito dire che siamo tutti sulla stessa barca? È una frase fatta, certo, ma se guardiamo all’Europa, capiamo che non tutti remano con la stessa forza, non perché manchi la volontà, ma perché alcuni hanno remi più pesanti o barche più vecchie.

L’obiettivo delle politiche di coesione europee è proprio questo: fare in modo che un ragazzo che vive in un paesino sperduto sulle montagne abbia le stesse opportunità di chi cresce in una grande metropoli come Parigi o Berlino.

Ma tra il dire e il fare, si sa, c’è di mezzo… un bel po’ di strada. Perché è così difficile costruire una società davvero equa? Gli ostacoli principali sono le diseguaglianze economiche, i pregiudizi e la burocrazia. Non tutte le regioni hanno le stesse risorse e la mancanza di fondi significa scuole meno moderne, meno trasporti e meno connessione internet; spesso, poi, la paura del diverso ci impedisce di vedere il valore dell’inclusione; infine, i progetti più innovativi per migliorare i territori restano molto spesso bloccati per anni tra scartoffie e permessi. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginare il nostro continente tra qualche anno.

Vediamo un’Europa dove le distanze non esistono più, con treni ad alta velocità che collegano ogni periferia ai centri nevralgici; dove ogni studente ha accesso all’istruzione, indipendentemente dal reddito dei genitori; dove le comunità collaborano per produrre energia pulita e condividerla con chi è in difficoltà. Come diventare una comunità unita? L’Europa mette i fon-di, ma siamo noi a doverci mettere il cuore. Non restiamo a guardare: se vediamo un’ingiustizia nel nostro quartiere o nella nostra scuola, parliamone. Iniziamo dalle piccole cose: accogliere il nuovo compagno di classe, aiutare chi è in difficoltà con una materia, rispettare le differenze. La coesione europea non è solo una riga in un trattato firmato a Bruxelles; è una scelta che dobbiamo fare ogni giorno tra i banchi di scuola.

 

I Fondi di Coesione Europei mettono a disposizione cifre enormi che dovrebbero servire a rendere tutte le regioni europee ugualmente moderne e ricche.

Eppure, guardandoci intorno, sorge una domanda: stiamo davvero usando questi soldi per le cose che contano? Troppo spesso, in passato, questi sono finiti in progetti di dubbia utilità, opere dallo scarso valore sociale, che non cambiano la vita dei cittadini ma svuotano le casse comuni. Oggi, però, il mondo fuori dai nostri confini sta bruciando. Non possiamo più permetterci il lusso di sprecare risorse mentre alle nostre porte si consumano tragedie umane senza precedenti. I conflitti recenti hanno cambiato tutto: la guerra in Ucraina, lo scontro devastante a Gaza e in Iran non sono solo notizie al telegiornale, ma crisi che hanno conseguenze dirette anche su di noi. Migliaia di persone, spesso ragazzi della nostra età, scappano dalle bombe. I fondi europei dovrebbero servire a costruire scuole, centri di supporto psicologico e percorsi di inserimento per chi ha perso tutto. Inoltre, le guerre fanno impennare i prezzi dei carburanti, del cibo e delle bollette: aiutare le famiglie europee più povere a superare queste difficoltà è un atto di coesione molto più importante di un inutile monumento in cemento. Essere cittadini europei oggi significa capire che coesione non vuol dire solo abbellire una piazza, ma restare uniti davanti alle difficoltà globali e sostenere chi soffre a causa dei conflitti: sarebbe non solo una scelta economica, ma una scelta di umanità.

 

Di fronte alla crisi climatica spesso ci sentiamo impotenti. La verità è che per cambiare le cose servono grandi idee, ma anche grandi risorse. Entrano così in gioco i Fondi di Coesione dell’Unione Europea, che dovrebbero spingere tutti i Paesi verso la transizione ecologica.

L’Europa si è data un obiettivo ambizioso: diventare il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. I pilastri principali su cui si sta lavorando sono: l’incremento delle energie rinnovabili, la cosiddetta «mobilità dolce», ossia l’utilizzo sempre più marcato di piste ciclabili e mezzi di trasporto elettrici, e il concetto di «economia circolare», per creare impianti che trasformano gli scarti in nuove risorse, riducendo le discariche che inquinano. La parola «coesione» non è scelta a caso. Questi fondi servono soprattutto a quelle regioni che hanno più difficoltà a modernizzarsi. La sfida ambientale si vince tutti insieme: non serve a nulla avere una città «green» se quella vicina continua a inquinare. Ma i soldi da soli non bastano. La politica europea ci dà le tecnologie e le infrastrutture (le piste ciclabili, i treni moderni, i pannelli solari), ma siamo noi a dover decidere di usarli. La «transizione verde» non è solo una questione di budget, è una scelta di stile di vita.

La pagina dei Campionati di giornalismo di oggi è stata redatta interamente a cura degli alunni e delle alunne della scuola Mattei di Castel di Lama, che si sono impegnati come una vera e propria redazione.

Gli articoli che pubblichiamo sono il frutto delle riflessioni emerse sull’argomento assegnato all’interno dei vari gruppi di alunni che frequentano il Laboratorio di giornalismo, coordinato dalla professoressa Floriana Martoni e dal professor Gianluca Re.

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