Voci (s)comode e senza filtri: l’evoluzione della musica nel tempo
Studenti e studentesse delle Fassi riflettono su come note e testi siano un modo per esprimere personalità e difficoltà In passato temi profondi su guerra o amore, oggi nessuna censura e vengono inviati anche messaggi distorti o violenti
La musica accompagna da sempre la nostra vita, rappresentando per molti una costante nei momenti di gioia e in quelli di debolezza. Essa è un mezzo per esprimersi: molti cantanti, infatti, la usano per raccontare la propria personalità e le difficoltà che affrontano, sfogandosi con carta, penna e le note. Un brano può quindi trasmettere messaggi molto importanti.
In passato molti pezzi avevano testi profondi che parlavano di amore, guerra o politica, e venivano interpretati con grande sentimento e serietà. Pensiamo a ’La Guerra di Piero’ di Fabrizio De André, che denuncia l’inutilità e le atrocità dei conflitti. Un altro esempio, che parla invece di delusione amorosa, è ’Gli uomini non cambiano’ di Mia Martini, la quale, ferita dalle continue promesse infrante, arriva alla conclusione che gli uomini restano spesso infedeli e bugiardi.
Oggi, al contrario, si corre spesso il rischio che i brani offrano modelli distorti, normalizzando testi superficiali che parlano di violenza o sesso. La conseguenza è che i giovanissimi, non avendo ancora gli strumenti per valutare ciò che ascoltano, finiscono per cogliere questi messaggi come la normalità. Chiaramente non tutti i pezzi sono così, ma oggi c’è una tendenza diffusa verso questo tipo di testi.
Spesso, quando si prova a parlare di argomenti più ’forti’ e reali, il messaggio viene censurato o modificato per evitare di mostrare la realtà per com’è veramente. Analizzando proprio i brani modificati o bloccati per motivi morali, politici o religiosi, possiamo ricordare alcuni pezzi storici: – L’importante è finire (Mina): venne vietata la trasmissione televisiva dalla RAI poiché allude in modo trasparente all’atto sessuale.
– 4/3/1943 (Lucio Dalla): per partecipare a Sanremo nel 1971, il brano dovette cambiare sia il titolo (originariamente Gesù Bambino) che alcuni versi: ’giocava a fare la guerra con i fanti’ divenne ’giocava alla Madonna con i bimbi’ per non colpire la sensibilità cattolica.
– White Rabbit (Jefferson Airplane): spesso bandita per i riferimenti al consumo di sostanze, ca-muffati sotto la metafora della storia di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Ieri censura, oggi nessun filtro Riflettendo su questi esempi, viene da pensare che mentre una volta la censura arrivava dalla TV, oggi sembra che l’unica cosa che conti sia non essere ’bannati’ dai social o non perdere visualizzazioni. Questo ci porta a chiederci: siamo davvero più liberi di prima? Forse siamo solo passati dal non poter dire nulla al poter dire tutto, ma senza dare più peso alle parole.
Se un tempo si proibiva molto, oggi quasi nulla viene messo in discussione (nonostante le tematiche dei testi censurati anni fa, siano le stesse di oggi). Il vero problema non è la libertà musicale, ma la mancanza di responsabilità durante la scrittura. Forse non serve vietare la musica, ma servirebbe dare dei modelli corretti ai ragazzi che in un certo senso vengono influenzati dalle canzoni.
Questo non significa che non si possa parlare di temi difficili, ma non si dovrebbe normalizzare ogni contenuto senza una approfondita riflessione sul messaggio.
Quante donne riesci a nominare tra i grandi compositori di musica della storia? Poche o nessuna, vero? Di certo questa assenza nel mondo della composizione non è dovuta ad una mancanza di talento o di interesse dalle donne, bensì è il risultato di barriere storiche, sociali e culturali.
Per vari secoli alle donne è stato negato l’accesso nei conservatori (potevano studiare solo privatamente) e le loro opere venivano spesso ignorate. Un caso celebre è quello di Maria Anna Mozart (sorella di Wolfgang Amadeus Mozart). Nonostante la sua bravura, fu costretta a smettere di suonare e di comporre perché, secondo le regole della società dell’epoca, non era considerato adeguato per una ragazza fare carriera.
Comporre musica era considerato un lavoro da ’uomini’ e ciò ha reso le figure femminili quasi invisibili nelle generazioni successive.
Combattere la disparità di genere è uno degli obiettivi dell’Agenda 2030, un programma delle Nazione Unite creato nel 2015 e firmato da 193 Stati membri dell’ONU con l’obiettivo di promuovere uno sviluppo sostenibile entro il 2030, per migliorare le condizioni di vita delle persone e proteggere il pianeta. L’Agenda si articola in 17 obiettivi che riguardano temi globali. Non sono delle leggi, ma un impegno per costruire un futuro più giusto e più equo.
L’Obiettivo 5, nello specifico, mira a raggiungere la parità di genere, ad offrire pari opportunità tra uomo e donna e ad abbattere qualsiasi tipo di violenza e discriminazione in particolare verso le donne e le ragazze.
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni, il cammino verso l’uguaglianza sembra essere ancora in salita. Le donne continuano a subire discriminazioni nell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla sanità e alla partecipazione politica. In alcuni ambiti ricevono stipendi inferiori rispetto agli uomini anche se svolgono lo stesso lavoro, in più hanno minori possibilità di accesso a ruoli importanti.
A conferma di quanto la strada sia ancora lunga, i dati del Global Gender Gap Report dicono che occorreranno ben 131 anni per raggiungere una parità di genere totale a livello globale. È fondamentale continuare a parlarne affinché in futuro il talento, nella musica come nella vita, non venga mai più fermato dal genere.