ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado A. Brancati di Pesaro (PU) - 3A, 3D

«Dalia», per dire no alla violenza. Il ’corto’ che coinvolge i ragazzi

Studenti della 3a A a colloquio con il regista Piscopiello, che cura il laboratorio di cinematografia dell’istituto: «Studiate di più e continuate a ’buttarvi’»

Il cortometraggio in intitolato “Dalia” e realizzato nel laboratorio pomeridiano di Cinematografia è stato premiato al Festival del Cinema di Venezia arrivando primo alla seconda edizione del prestigioso concorso scolastico nazionale “Da uno sguardo: film di studentesse e studenti sulla violenza contro le donne”.

Conversiamo con il regista Lorenzo Piscopiello che da tanti anni cura il laboratorio di cinematografia nella nostra scuola.

Soddisfazione per aver vinto il premio al festival di Venezia? «Moltissima. All’inizio – risponde il regista – credevo si trattasse di uno scherzo, poi ho realizzato che era tutto vero e la prima cosa che ho pensato è “non vedo l’ora di dirlo ai ragazzi”».

Era la tua prima volta al festival di Venezia? «Sì, assolutamente. Lo scorso anno scolastico abbiamo vinto tantissimi premi con gli otto cortometraggi prodotti nel laboratorio, ma a Venezia stiamo parlando del top del top! Il cortometraggio “Dalia” parla della violenza sulle donne».

Che messaggio hai voluto trasmettere? «Secondo me gli autori non dovrebbero spiegare il significato delle proprie opere, lasciando questo importante compito all’interpretazione di chi guarda. Ad ogni modo, direi che il significato è decisamente arrivato».

Da bambino sognavi di diventare regista? «Il mio sogno, da bambino, era diventare un disegnatore e uno scrittore. Il lavoro di regista è nato per gioco con degli amici quando, da ragazzi, cominciammo a girare “Kenshemo”, la parodia del famoso anime “Kenshiro”; il risultato è decisamente inguardabile ma da lì è nata la passione per la macchina da presa, gli storyboard, le sceneggiature e non ho più smesso.

Com’è lavorare con ragazzi delle scuole medie? «Mi trovo bene e, anche se dovrebbero studiare un po’ di più, l’ambiente è molto stimolante e alla loro età ancora non si vergognano e “si buttano”. Il cortometraggio Dalia poi è la dimostrazione che si possono sensibilizzare i ragazzi su temi importanti anche facendoli divertire». Spesso sentiamo parlare di violenza di genere, ma cosa significa realmente? L’amore non è fatto di botte, calci, né di manipolazione o controllo ma è un legame basato sulla fiducia reciproca. La violenza, prima del corpo, corrode la mente, facendo credere alle vittime di essere loro il problema. La paura si insinua nella vita quotidiana: il timore di dire una parola di troppo, di fare un gesto sbagliato o di indossare un vestito che non piace. I casi di femminicidio sono ancora troppi e non possiamo più restare indifferenti. È fondamentale imparare a riconoscere i segnali e avere il coraggio di chiedere aiuto, prima che sia troppo tardi. Spesso la vittima giustifica l’aggressore, dicendo a se stessa che lo fa «per il suo bene», perché «la ama».

Abbiamo avuto l’opportunità di affrontare questo tema nel progetto di cinematografia pomeridiano, realizzando un cortometraggio che racconta la violenza di genere. È stato un percorso che ci ha trasmesso emozioni differenti a partire dalla rabbia nei confronti di chi compie questi atti, fino alla gioia di far sentire le nostre voci riguardo all’argomento. Con questo cortometraggio speriamo di sensibilizzare e scuotere le coscienze, di dimostrare che insieme possiamo combattere questo terribile fenomeno. La scuola gioca un ruolo fondamentale nell’educare i giovani alla consapevolezza dei diritti, del rispetto reciproco e della dignità umana. È in questo ambiente che si formano le menti e i cuori delle future generazioni.

Chiara Ricci, Elena Belletti, Aurora Pagnini, Dalia Marcheggiani, 3ªD

Il disegno che ho realizzato (sotto) rappresenta un uomo che manovra una donna come fosse un burattino. Le rose rosse intorno simboleggiano l’amore, che viene però annullato dallo sfondo nero: il male, la morte.

Lo sguardo dell’uomo è cattivo, l’espressione della donna è triste.

I fili che legano la donna indicano il controllo esercitato dall’uomo, sono fili spessi ma non indistruttibili e resistenti come catene, a voler significare che se la donna volesse liberarsi, lo potrebbe fare, pur nelle difficoltà. 

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