Guerre, i bambini le prime vittime. A Gaza una situazione straziante
Migliaia di bimbi sopravvivono tra le macerie, ammassati in rifugi di fortuna e lottano contro la fame La solidarietà non si ferma anche grazie alla missione internazionale MedEvac con la presenza dell’Italia
Chi è la prima vittima innocente delle guerre? I bambini! Sono loro i civili più colpiti in guerre decise dagli adulti. Proprio in questi mesi, al centro di un doloroso dibattito mondiale che ha scosso le coscienze di tutti, emerge la tragica realtà di Gaza, dove il numero di minori che perdono la vita è straziante. Migliaia di bambini sopravvivono tra le macerie, ammassati in rifugi di fortuna, lottando quotidianamente contro fame, malattie e una solitudine devastante.
Dopo tre anni di scontro armato i giovani di Gaza sono ormai quasi completamente disumanizzati. La loro infanzia è stata rovinata dalla guerra. Oltre alla distruzione fisica, il conflitto ha cancellato il futuro educativo: centinaia di scuole sono state rase al suolo, privando un’intera generazione del diritto all’istruzione. I servizi essenziali sono al collasso e la ricerca di cibo o medicine è una sfida costante, spesso ostacolata dal respingimento degli aiuti umanitari.
Al dolore fisico si aggiunge il trauma psicologico di chi vive nel terrore perenne dei bombardamenti. Nonostante il cessate il fuoco iniziato formalmente nell’ottobre 2025, la violenza non è scomparsa del tutto. Ad oggi si contano oltre 71.800 morti e più di 171mila feriti dall’inizio del conflitto nel 2023; oltretutto negli ultimi 23 mesi sono stati uccisi 23mila giovani innocenti, un numero orribilmente alto.
Solo negli ultimi giorni di febbraio 2026, si sono registrati nuovi picchi di tensione con decine di vittime nel nord della Striscia. Solo la metà degli ospedali è parzialmente funzionante. Malattie respiratorie, diarrea acuta e infezioni cutanee colpiscono gran parte della popolazione a causa del collasso delle reti fognarie e idriche.
Tuttavia, in questo scenario di estrema sofferenza, non mancano i segnali di speranza e di umanità. Nonostante le difficoltà estreme e i rischi costanti, numerose associazioni umanitarie operano sul campo senza sosta. Il loro lavoro è fondamentale e insostituibile: rappresentano l’ultimo baluardo di dignità per chi ha perso tutto.
A dare un volto concreto a questa solidarietà è la missione internazionale MedEvac (a cui partecipa attivamente anche l’Italia). Questa iniziativa è un vero «corridoio della vita« che permette di trasferire pazienti oncologici e bambini gravemente feriti in ospedali europei, inclusi centri d’eccellenza in Emilia-Romagna e Umbria.
Vedere i nostri ospedali accogliere queste piccole vittime ci dimostra che non siamo impotenti.
Dobbiamo agire e non rimanere indifferenti: sostenere queste missioni e mantenere alta l’attenzione sono gli unici modi per tentare di fermare questo sanguinoso conflitto e impedire che altri civili, i più giovani e indifesi, continuino a morire.
Qual è uno dei problemi più sottovalutati della nostra società? Lo spreco alimentare, uno dei paradossi più gravi del nostro tempo: mentre milioni di persone soffrono la fame, una quantità enorme di cibo viene buttata ogni giorno.
Secondo le stime, circa un terzo della produzione mondiale non viene consumato. Il fenomeno interessa l’intera filiera, dai campi fino alle nostre case. Ma cosa significa sprecare cibo? Non è solo buttare alimenti commestibili: significa sprecare acqua, energia, suolo, lavoro e denaro necessari per produrli e trasportarli. Le cause di questa emorragia di risorse sono molteplici e intrecciate. Tutto inizia già nella produzione agricola, dove il cambiamento climatico gioca un ruolo determinante: eventi meteorologici estremi possono distruggere interi raccolti. A questo si aggiunge la «dittatura dell’estetica»: standard di mercato rigidi impongono lo scarto di prodotti «brutti ma buoni», esclusi solo perché non conformi a una perfezione visiva ideale. Il testimone passa poi alla distribuzione e alla vendita, dove lo spreco è spesso figlio di una gestione inefficiente delle scorte. Gli scaffali devono apparire sempre pieni per attirare il cliente, ma questa abbondanza porta a prodotti invenduti che superano la scadenza. Tuttavia, è nel consumo domestico che si registra la quota più alta di spreco. Qui il problema è culturale: attratti da offerte «formato famiglia» acquistiamo in eccesso senza una reale pianificazione. La scarsa conoscenza delle etichette fa il resto: confondere il termine minimo di conservazione con una scadenza tassativa porta a gettare alimenti ancora sicuri.
Ci sono anche cause nascoste nei social, dove lo spreco appare talvolta come una moda (video di persone che consumano quantità di cibo spropositate). Questi contenuti possono influenzarci inconsciamente, normalizzando l’idea che il cibo sia un bene infinito e privo di valore etico. Se vogliamo un mondo più equo dobbiamo invertire la rotta. Ridurre lo spreco significa rispettare l’ambiente e garantire a tutti il diritto a un’alimentazione adeguata. Il cambiamento inizia sulla nostra tavola.