Siamo sempre più multietnici. Così ci aiutano i nuovi italiani
I ragazzi della 2ª E analizzano il fenomeno dell’immigrazione: come si ottiene la cittadinanza, quanto l’ingresso dei giovani aiuta il paese a non invecchiare
Negli ultimi tre decenni la Penisola è diventata sempre più multietnica. I «nuovi italiani» sono ragazzi nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri. Anche se vivono e pensano come noi, spesso fanno fatica a ottenere la cittadinanza ufficiale.
Sono un gruppo giovane e numeroso che mescola le proprie origini con la cultura italiana, aiutando il nostro Paese a non invecchiare troppo. È rappresentato soprattutto da giovani: il 48% di loro ha meno di 30 anni e la quota maggiore è costituita da ragazzi e ragazze.
Oggi sono un milione e 250 mila le persone che risiedono in Italia e hanno la cittadinanza italiana.
I nuovi italiani arrivano nel nostro Paese attraverso ingressi regolari per ottenere un lavoro, come previsto dal Ministero dell’Interno, oppure per ricongiungersi con i propri familiari già residenti, mentre un gruppo numeroso è composto da ragazzi nati in Italia che attendono la maggiore età per la cittadinanza. Queste persone scelgono l’Italia in cerca di stabilità economica, diventando fondamentali per settori come l’agricoltura e l’assistenza, in quanto contribuiscono a ringiovanire la società, sostenendo la continuità dei servizi essenziali e la partecipazione collettiva.
Un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri può richiedere la cittadinanza italiana, solo quando compie 18 anni, a patto che abbia vissuto nel nostro Paese legalmente e senza interruzioni dalla nascita fino alla maggiore età, deve presentare la domanda al proprio Comune di residenza prima di compiere diciannove anni.
Esiste anche un altro modo per diventare italiani, ovvero quando uno dei genitori ottiene la cittadinanza mentre il figlio è ancora minorenne e vive con lui, perché in questo caso, il Ministero dell’Interno dice che il diritto passa automaticamente dal genitore al bambino senza dover fare altre richieste.
Questi passaggi sono fondamentali perché permettono a chi è cresciuto qui di avere finalmente gli stessi documenti e gli stessi diritti come tutti i cittadini. Per molto tempo sposare un cittadino italiano è stato uno dei modi più usati dagli stranieri per ottenere la cittadinanza, ma i dati più recenti dell’Istat ci dicono che le cose stanno cambiando profondamente. Nel 2024, le persone provenienti da paesi fuori dall’Unione Europea, che sono diventate italiane per matrimonio, sono state poco più di 19 mila, cioè circa il 15% in meno rispetto all’anno prima. Questo calo non è un caso isolato, ma fa parte di una tendenza che dura ormai da anni, dimostrando che il matrimonio non è più la strada principale per diventare cittadini come lo era una volta. Avere la cittadinanza è però fondamentale, perché permette di fare cose importantissime come votare alle elezioni o partecipare ai concorsi per lavorare negli uffici dello Stato o nelle forze dell’ordine.
Tra il 1861 e il 1985 tanti nostri connazionali, con una prevalenza di giovani maschi in età lavorativa, principalmente tra i 18 e i 40 anni, hanno lasciato la Penisola per cercare fortuna altrove a causa della povertà, costretti ad abbandonare le proprie famiglie.
Sono 29 milioni gli italiani emigrati sparsi per il mondo, vittime di molti pregiudizi che ancora oggi vengono riservati agli stranieri. Parlare di quando «gli altri» eravamo noi, significa ripercorrere un secolo di storia in cui circa 30 milioni di italiani hanno lasciato tutto in cerca di fortuna dirigendosi principalmente verso gli Stati Uniti, il Sud America, la Germania, la Svizzera e la Francia; viaggiavano su navi spesso inadeguate, sovraffollate di gente e talvolta usate anche per il trasporto del carbone, ma affrontando viaggi lunghissimi che variavano dalle due alle quattro settimane. Gli Italiani quando emigravano in genere non venivano respinti ma fronteggiavano situazioni ostili e non poco difficili.
Ci piace precisare, che gli stranieri che oggi arrivano in Italia anche da molto lontano, sono nella stessa situazione che abbiamo subìto anche noi in passato, arrivano in Italia avendo come obiettivo quello di dare una vita migliore ai propri figli, perfezionare la loro situazione economica e reperire lavoro.
Nell’Ottocento, durante le grandi ondate di emigrazione, noi italiani venivamo spesso definiti con nomignoli dispregiativi legati a stereotipi.
I principali provenivano dagli Stati uniti, come “dago”, dal Brasile “wop”,” Guinea”, ”Carcamano” e” Chianti, dalla Svizzera “Cincali” e dalla Francia” Babis” ”Christos”, inclusa la percezione di essere «mezzi bianchi e mezzi neri».
Questi appellativi sottolineano le discriminazioni subite dai lavoratori italiani, spesso costretti a svolgere lavori pesanti nei campi o nell’edilizia.
Inoltre, in giro per le strade si potevano trovare dei cartelli appesi alle porte dei negozi e sopra c’era scritto che era vietato l’accesso a noi italiani.