La lezione del calciatore Melchiorri. «Realizzati i sogni di ogni bambino»
Si racconta l’ex giocatore di Cagliari, Perugia e Maceratese «Non bisogna mai accontentarsi, perché c’è sempre chi si impegna e può arrivare più in alto di te»
Che emozione avere in classe un campione del calcio come Federico Melchiorri, gli alunni e le alunne della classe 5ª Enrico Medi lo hanno voluto intervistare preparando tante domande. Federico ha parlato a lungo nella totale attenzione della classe raccontando i successi ma anche svelando gli aspetti meno facili di essere un calciatore di professione.
Quando e come hai iniziato a fare questo lavoro? «A 6 anni, poi ho continuato a metterci sempre tanto impegno perché mi piaceva molto e piano piano è diventato un lavoro».
Quale difficoltà ha trovato? «Bisogna fare molti sacrifici e impegnarsi sempre al massimo».
Riusciva a studiare per la scuola e fare gli allenamenti? «Sì, quando sei più piccolo il calcio si fa nel pomeriggio quindi si riesce a fare entrambe le cose.
Quando la cosa diventa più importante e anche un lavoro si ha il tempo libero, ma bisogna sfruttarlo per le cose giuste e non sprecarlo».
Qual è stato il momento più bello della carriera e il più brutto? «Ce ne sono tanti di belli perché, quando si fa qualcosa che ti piace, ci sono momenti che brillano quando si fa gol, una bella giocata. Posso raccontare di quando ho fatto gol all’Inter, quello è il punto un po’ più in luce della carriera. Il momento più brutto…
quando ci sono gli imprevisti. Mi è capitato di rompermi il ginocchio. Sei costretto a fermarti, sai che gli altri non ti aspettano quindi devi impegnarti a recuperare velocemente».
Chi devi ringraziare? «Le prime sono i genitori perché mi hanno accompagnato durante il percorso, mi hanno fatto provare a giocare a calcio, ma anche altri sport, quello che mi è piaciuto di più era il calcio e loro mi hanno detto ‘Ok continua così’. A mano a mano che andavo avanti loro sono sempre stati sempre molto bravi a dirmi di non pensare solo al calcio ma di fare altre cose, mi dicevano ‘Impegnati ma comunque stai con la testa sulle spalle’ perché, come abbiamo detto prima, ci sono i momenti belli e altri brutti e tutto può finire in un attimo se non sei bravo. E poi la mia compagna, la mamma delle mie bambine che sono in questa scuola, perché lei mi ha accompagnato nelle città dove sono andato a giocare e non è facile stare dietro ad un calciatore che ogni anno può andare in una parte diversa d’Italia».
I suoi genitori erano contenti? «Sì, mia madre era un po’ più spaventata perché c’è il rischio che ci si fa male, le mamme sono così, si preoccupano sempre. Mio padre era contento e veniva sempre a vedere le partite».
Come si sentiva a giocare nei grandi stadi? «È bellissimo perché è quello che sogni da bambino. Però è importante non accontentarsi perché quando ti accontenti poi tutto svanisce, bisogna sempre impegnarsi a mantenere per tenersi stretto quello che si ha, anzi a migliorare anche quello che già hai».
Qual è stato il calciatore più forte che ha mai incontrato? «In A sono tutti forti, ho giocato assieme a Barella, lui era uno dei più forti. Volevo tanto giocare contro Ibraimovich perché era un esempio di impegno, era all’apice nel periodo in cui giocavo io, però mi piaceva pure Mandzukic. È difficile sceglierne uno solo, ho giocato contro Buffon e non sono riuscito a segnargli».
Qual è il suo giocatore preferito? «Baggio e Del Piero erano i preferiti. Il mio modo di giocare è diverso dal loro perché loro avevano qualcosa in più di tutti».
Quale squadra tifi? «Cagliari, ho giocato lì».
In futuro vuole fare l’allenatore? «Può darsi, ci sto pensando ora che sono alla fine della carriera».
Un consiglio che daresti a chi vuole fare il suo lavoro? «Essere molto seri, impegnarsi tanto, perché c’è sempre qualcuno che si impegna più di te, quindi, arriverà più in alto. Essere pazienti perché ci vuole tempo e divertirsi perché tanto fare un lavoro qualsiasi che non ti diverte che non ti appassiona non riuscirai mai a farlo nel modo giusto».
Il suo gol più bello? «Forse quello all’Inter è il gol più importante, mi vengono ancora i brividi quando lo rivedo. Il più bello… ce ne sono tanti, è difficile sceglierne uno, anche quando segni con le squadre meno importanti è bello. Segnare è un’emozione».
Qual è il suo sogno? «Adesso sono un padre quindi mi impegno molto ad aiutare le mie figlie a crescere a diventare brave bambine, brave ragazze a impegnarsi per poi fare qualcosa che le appassioni nella vita».
Come si sentiva quando nello stadio dicevano il tuo nome? «A me spesso capitava di non accorgermi di nulla, sono stato sempre molto concentrato in quello che facevo e non mi accorgevo di chi mi parlava, del telecronista…secondo me è una cosa positiva perché se sei concentrato su quello che fai lo fai bene sempre meglio».
Hai mai avuto molta paura di lasciare la serie A? «No forse ne ho avuta troppo poca di paura di lasciare la serie A.
bisogna avere sempre un po’ di paura, ma soprattutto essere consapevoli che quello che fai è molto importante quindi…quando si ha qualcosa di importante bisogna impegnarsi tantissimo per tenerla».
Hai mai avuto l’ansia per tutte le persone che ti guardavano? «No l’ansia del pubblico. Sono stato fortunato perché quando entravo in campo non mi accorgevo più di nulla».
Hai mai preso il cartellino rosso? «No, di cartellini ne ho presi pochi, per fortuna, magari ho preso qualche giallo perché ci mettevo molto agonismo quando giocavo mai con cattiveria».
Quando giocava pensava a divertirti o a…? «A divertirmi, io non mi rendevo nemmeno conto di quello che facevo perché io ogni partita ogni allenamento davo davvero il massimo perché mi piaceva, ero competitivo in ogni partita anche non importante, mi impegnavo sempre a farla al meglio. Avere questa mentalità mi ha portato a salire di categoria. Quando ti dici ‘Ho fatto grandi cose’ quello è il momento in cui inizi a scendere invece se non te ne rendi conto e cerchi di fare sempre qualcosa in più…»
Era conosciuto dalla gente che guardava le partite di serie A? «Sì, quando ero a Cagliari quando giravo per la Sardegna le persone mi riconoscevano e volevano farsi una foto, era una bellissima cosa e mi manca un po’.