ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Convitto Nazionale Giacomo Leopardi di Macerata (MC) - 2C

Bonugli sfoglia l’album di una vita. «La vostra scuola è stata casa mia»

I racconti della figlia 96enne dello storico rettore dell’istituto «Mio padre ha lavorato in più città. A Prato vide la pagella di D’Annunzio: eccelleva in tutto, non in condotta»

Il trucco per una memoria di ferro? Leggere. Lo dice Maria Vittoria Bonugli Miconi, nata il 18 marzo 1930: ricorda tutto del tempo trascorso al Convitto Leopardi, più di 90 anni fa. Figlia del Rettore Bonugli, “Nonna Mimmi” ci ha raccontato la vita nei Convitti nazionali italiani negli anni ’30 e ’40.

Suo padre, Filippo Bonugli, nato a Bassano Romano nel 1886, due lauree, esperto d’arte, capitano d’artiglieria nel ’15-18, fu Rettore del Leopardi negli anni Trenta e vi abitò con moglie e figlie. È tornata con emozione al Convitto, oggi in via Capuzi perché la sede storica è chiusa dopo il sisma. «Per me – dice – era casa. Ogni spazio fa parte del mio cuore. È stato il periodo più felice della vita. Voi ne custodite l’anima”.

Come era suo padre? «Colto, appassionato, girava con Promessi Sposi e Divina Commedia in tasca. Amava Carducci, le foto. Amico di Balelli, creò l’Annuario del ’35 del Convitto. Abbiamo girato l’Italia con lui: Teramo, Avellino, Genova, Prato. Metteva la scuola su tutto. Non alzava mai la voce: bastava uno sguardo. Assaggiava sempre il pranzo degli studenti: se non era buono, non lo faceva servire. E la sera controllava le camerate con mamma, Enrica Laura Buratti, maceratese».

Una curiosità? «Quando diresse il Convitto Cicognini di Prato, cercò la pagella di D’Annunzio: il Vate era eccellente in tutto non in condotta».

Quanto tempo siete rimasti a Macerata? «Fino al ’36: il 4 novembre papà portò i convittori al Monumento dei Caduti in alta uniforme anziché da Balilla. I fascisti lo allontanarono. Quando gli chiedevamo cosa volesse dire la spilla Pnf, diceva: “Per Necessità Familiari”».

Cosa ricorda della Seconda Guerra Mondiale? «I bombardamenti navali quando papà era Rettore del Convitto Colombo di Genova, nel ’41-42, e un cane che sentiva arrivare le bombe, girando in tondo. Un giorno centrarono il Colombo. Tornammo a Macerata dai nonni senza più nulla. Nel ’43 papà fu arrestato come sospetto antifascista.

Mia sorella Elena rischiò la vita nel bombardamento del ’44: a Santa Maria della Porta un palazzo le si sbriciolò dietro, tornò a casa bianca di polvere. Ricordo l’ultima camionetta tedesca passare per Corso Vittorio Emanuele, ora della Repubblica, il 30 giugno ’44 alle 12.30. E italiani e polacchi issare il tricolore sulla Torre di Piazza».

Ricorda Convittori particolari? «A Prato “Luce” Selassié, nipote del negus. A Macerata, Alberto Ascari (grande pilota Ferrari). Dopo la morte del papà, lo iscrissero qui ma lui fuggì a Milano».

Com’era il Convitto Leopardi negli anni ’30? «Meraviglioso. Il cortile aveva un tetto di vetro, magico d’inverno.

C’erano saloni, biblioteca. Nell’ala sinistra, l’ufficio di papà e del vice rettore Volpitta, poi il nostro appartamento», Com’era una giornata tipo al Convitto Leopardi? «Sveglia alle 7, colazione alle 8, poi scuola, che partiva il 15 ottobre. Dopo pranzo, passeggiata o lettura poi studio. Alle 22 silenzio.

La domenica alzabandiera alle 8, ammainabandiera alle 17».

C’era la tv in Convitto? «No, la radio. Seguivamo le opere col libretto. Il mio cantante preferito era Gigli. Lo incontrai a Macerata: veniva nel bazar di nonno a comprare bambole da regalo».

Se suo padre fosse qui oggi, cosa direbbe a noi studenti? «Impegnatevi, siate rispettosi. I ricordi sono un tesoro: per costruirne di belli bisogna vivere con serietà e curiosità».

 

La guerra entra nella vita delle persone e la segna per sempre.

Lo ricorda la mia bisnonna Rosa Mandorlini, nata l’11 aprile 1932, testimone da bambina dei bombardamenti del ’44 su Macerata.

Nonna, cosa ricordi della guerra? «Le sirene antiaeree: mi trafiggevano il cuore come brividi. Si sentivano anche in campagna. Correvo, mi nascondevo nel rifugio costruito da mio padre, una grotta coperta di legna. Ho visto gli aerei carichi di odio ma nessuno in famiglia morì».

Come funzionava per cibo, vestiti, scuola? «Per la spesa ti staccavano i buoni dalle tessere. Porzioni misere, si faticava ad arrivare a fine mese. Per colazione, pane nero inzuppato in acqua, niente zucchero. Scarpe, un paio. I vestiti? Quelli vecchi di mamma.

A 12 anni imparai a cucire. La scuola mi piaceva, frequentai in via Due Fonti e dentro Porta Convitto ma non durante la guerra».

E dei soldati quali ricordi hai? «Vedevamo spesso i nazisti in città, ci presero soldi e cavallo, un giorno anche mio padre: eravamo disperati, pensavamo l’avessero ucciso ma tornò. Poi arrivarono polacchi e americani con caramelle e pane bianco, fu una grande festa!».

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