ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado Oriani di Casola Valsenio (RA) - 2A, 2B

A lezione di dialetto romagnolo. ‘Burdel’ o ‘piccolo somarino’

Sono emerse curiosità interessanti dall’incontro con Alberto Giovannini, prof di musica alla scuola media ‘Oriani’ di Casola ma anche autore del libro ‘A voj imparê e’ rumagnôl’

Il 23 gennaio, nella scuola secondaria di primo grado ‘Alfredo Oriani’ di Casola Valsenio, gli alunni della 2^B hanno partecipato alla presentazione di un libro: ‘A voj imparê e’ rumagnôl’ di Alberto Giovannini.

Il testo, come recita il suo sottotitolo, è un vero e proprio ‘corso pratico di lingua romagnola’ e ricorda nella struttura i libri di lingua straniera usati nelle scuole: contiene infatti regole, dialoghi, esercizi e correzioni.

Pubblicato dalla casa editrice Tempo al libro, il volume è stato patrocinato dall’Istituto Friedrich Schürr: un’associazione che si occupa di preservare e diffondere la lingua e le tradizioni romagnole.

L’incontro, organizzato dalla professoressa di italiano Martina Vullo, si è svolto alla fine del primo quadrimestre, dopo un percorso dedicato al book talk, cioè l’abitudine di parlare di libri. La scelta del testo non è stata un caso: Alberto Giovannini, infatti, non è solo un autore laureato in scienze linguistiche che ha svolto una ricerca sul dialetto romagnolo, ma è anche e soprattutto il professore di musica della nostra classe. Conoscerlo in una veste diversa ha reso l’incontro ancora più interessante per noi alunni.

Giovannini ci ha parlato del suo percorso alla scoperta del Romagnolo (o meglio, del Faentino, visto che il Romagnolo cambia a seconda delle zone in cui è parlato), di vecchi corsi di dialetto tenuti nei bar e dei numerosi incontri con esperti e anziani che sono stati parte del processo di scrittura.

Ci sono stati tanti interventi e domande e sono emerse anche delle curiosità interessanti. Per esempio, grazie al nostro compagno Enea, che sorrideva del modo strano in cui suona la parola ‘burdel’,usata per indicare i bambini, abbiamo scoperto che nel dialetto romagnolo esistono almeno quattro modi diversi per riferirsi ai bimbi. Abbiamo però soprattutto imparato che quel termine deriva da ‘burdus’: una sorta di somaro che nelle campagne trasportava le merci, proprio come facevano i bambini a partire dai dai sei-sette anni, per rendersi utili. ‘Burdel’, insomma, suonerebbe un po’ come ‘piccolo somarino’, ma in senso affettuoso.

A proposito di affetto, abbiamo anche scoperto che il professore Giovannini non parlava il Romagnolo e che per lui studiare questa lingua è stato un modo per avvicinarsi al proprio nonno, che invece lo parlava.

E allora tutti noi abbiamo pensato ai nostri nonni e alla loro lingua di cui conosciamo al massimo qualche parola. Sarebbe bello apprendere il dialetto romagnolo ed è bello sapere che esiste finalmente un libro che ci permette di impararlo.

 

La mattina del 3 febbraio scorso abbiamo incontrato don Natale, il nuovo parroco del nostro paese, Casola Valsenio, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Lei era già stato parroco qui diversi anni fa: che effetto le ha fatto ritornare? «È stato come tornare indietro di cinquant’anni. Ho ritrovato persone che non vedevo da tempo, ho ricordi belli, soprattutto dell’arciprete don Menetti, che mi diede fiducia lasciandomi lavorare con i ragazzi. Riparto da quanto di buono è già stato seminato, con il desiderio di farlo crescere insieme».

Vorremmo parlare con lei in particolare dei giovani, che idea si è fatto? «L’impressione è positiva: mi sembrano educati e disponibili. Essendo il paese piccolo ne ho già conosciuti molti. Mi piacerebbe però vederne di più in chiesa: credo che l’amicizia con Gesù aiuti a vivere meglio».

Quali sono, secondo, lei le principali esigenze dei giovani oggi? «Parlando con alcuni di loro, è emerso il bisogno di un luogo dove incontrarsi, visto che nel paese ci sono poche occasioni di aggregazione e divertimento. Sarebbe importante creare spazi e attività per stare insieme e crescere divertendosi».

Di che cosa avrebbero bisogno i ragazzi della nostra età? «Hanno bisogno di un clima affettivo sereno, in famiglia e nelle amicizie, e di punti di riferimento solidi. È importante trovare un senso alla vita: per me la fede aiuta a fare scelte significative e a credere nella pace, nella giustizia e nella responsabilità verso la comunità.

Dimostrare che Gesù è vivo, amico dell’uomo e accompagna nelle scelte e nella crescita».

Come si può aiutare un ragazzo in difficoltà? «Incontrandolo, ascoltandolo e dialogando. Si possono proporre attività o gesti concreti di aiuto reciproco: in una piccola comunità questo è più facile».

In che modo i giovani possono dare un contributo alla vita della comunità? «Aprendosi agli altri e alle tematiche del nostro tempo, senza vergognarsi di dare il proprio contributo. È importante ascoltarli, capire i loro bisogni e valorizzare le loro idee, che possono rendere il mondo migliore».

Che consiglio darebbe in generale ai ragazzi della nostra età? «Chiedersi: “Che cosa posso fare io per realizzare me stesso e non sprecare la mia vita?”. Riflettere sui bisogni delle persone vicine e su ciò che possiamo fare concretamente per i giovani, gli amici e chi si trova in situazioni di difficoltà o povertà. È importante recuperare il senso profondo della vita, anche con l’aiuto della fede, che consiste nel dare e ricevere».

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