ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Convitto Nazionale Giacomo Leopardi di Macerata (MC) - 2C

La lezione del premio Pulitzer. «Siate curiosi e informati»

Incontro con Joe Khan del New York Times «Tutto è iniziato al liceo col giornalino scolastico: mi piaceva raccontare i fatti e informare gli altri»

Grazie alla vittoria del nostro istituto ad un Concorso nazionale a Firenze, abbiamo beneficiato di una masterclass d’eccezione con il giornalista Joe Kahn, vincitore di due Premi Pulitzer ed Executive editor del New York Times. Da qui nasce un’intervista unica, scritta da noi della 2ªC, che racconta, non solo gli ingredienti base per diventare “chef” del giornalismo partendo dai banchi di scuola, ma anche il valore del giornalismo oggi e la passione per la lingua inglese come ponte tra culture, che la nostra scuola coltiva da anni.

Kahn, come è nata la sua passione per il giornalismo? «Al liceo, col giornalino scolastico. Usciva una volta al mese, gestito dai professori. Mi piaceva raccontare i fatti, informare gli altri. Ho continuato al College, dove facevamo tutto noi studenti.

Scrivevo, gestivo il giornale, convincevo gli altri a scrivere. Non era un passatempo ma ciò per cui ero nato».

Chi l’ha aiutata all’inizio del percorso? «I professori del liceo. Mi hanno insegnato le basi, l’importanza della serietà».

Qual è stata la sua prima esperienza professionale? «Le prime impronte le ho lasciate al Dallas Morning News in Texas, mi occupavo dei local affairs».

Ha lavorato anche all’estero? «Sì. Ho studiato cinese e vissuto per anni in Asia: Hong Kong, Shanghai e Pechino. Ho collaborato con il Wall Street Journal e poi con il New York Times come corrispondente ed editor della Foreign Desk».

Lei è Executive Editor del New York Times. In cosa consiste il suo lavoro? «Reagire alle notizie, capire cosa fare per renderle chiare, raccontare le storie dietro le storie. Seleziono il personale e sono responsabile della qualità di ciò che pubblichiamo, analizzo e insisto per capire se col mio team siamo stati completamente onesti. Se un punto di vista è stato tralasciato, si torna indietro».

Lei ha vinto due Premi Pulitzer. 

Ce ne può parlare? «Il primo, nel 1994, fu con il Dallas Morning News, un reportage sulla violenza contro le donne in diverse società asiatiche; ho dato voce a chi non l’aveva, trattando temi come matrimoni combinati, preferenza di figli maschi e polizia assente. Il secondo, nel 2006, era un’indagine sulla ‘ragged justice’ cinese e il suo sistema legale che puntava a mantenere stabilità politica trascurando i diritti dei cittadini. In entrambi i casi ho visto che il giornalismo ha un impatto reale su persone e società».

Com’è una sua giornata tipo? «Alle 9 si fa il pitching con lo staff, cioè si propongono e si decidono le storie più importanti del giorno. La realtà delle news è un mare in tempesta: tutto può cambiare in un lampo. Si deve essere pronti a riorganizzarsi. In questo naufragio di scadenze la bussola è l’originalità, saper guardare dove altri distolgono lo sguardo. Ogni giornalista è un “detective di notizie”, lavora nel proprio settore, ad esempio politica, economia, cultura, coordinandosi con colleghi in tutto il mondo. Se non si è all’altezza di una storia, si deve indagare di più».

Come si scrive un articolo di qualità? «Leggendo la notizia da tutti i punti di vista, in ottica open-minded, seguendo i fatti fin dove ti portano e lavorando su storie originali dove nessuno sta lavorando. Le opinioni vanno separate dai fatti.

È importante capire cosa interessa ai lettori ma al contempo ci vuole indipendenza, non farsi condizionare. L’empatia è un altro ingrediente: dare più angolature al lettore, aiutando chi legge a formare un pensiero critico».

Cosa pensa dei media digitali? «Il New York Times è oggi perlopiù digitale, tra app, podcast e contenuti multimediali. La sfida è offrire notizie originali e verificate, distinguendosi dalle fake news. L’informazione è diventata oggetto di consumo: per questo è vitale il fact-checking, che i lettori curino la propria information diet, affidandosi anche a giornalisti specializzati. I media indipendenti sono i cani da guardia di una società democratica».

Che consigli darebbe a un ragazzo della nostra età che vuole fare il giornalista? «Essere curioso, interessarsi a ciò che accade, informarsi sui fatti.

Fare giornalismo a scuola può essere il primo passo di una grande carriera».

 

Filippo, Penelope, Nilde: «Ciò che Kahn pensa del giornalismo si reincarna secondo noi nella nota frase ‘Dire la verità è un atto rivoluzionario’. Meraviglioso apprendere i trucchi per diventare un bravo cacciatore di notizie: aiuta a crescere e costruire il pensiero critico».

Lorenzo e Tommaso: «Abbiamo imparato nuove parole e ci è piaciuto molto scrivere l’intervista anche se ci ha messo a dura prova; è stato difficile prendere appunti ma alla fine ci siamo riusciti».

Carolina, Alice, Zoe: «Kahn ci insegna che per arrivare ai nostri obiettivi servono costanza e precisione e che il giornalismo porta verità tutti i giorni».

Alessandro «Questa storia dimostra che una passione può trasformarsi in lavoro e un’attività scolastica può diventare qualcosa di grande in futuro. Il giornalismo è difficile ma fondamentale: garantisce verità, controllo e libertà. Possiamo iniziare a coltivare ciò che ci piace». 

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