Diritto alla vita: No alla pena di morte. Cinquanta i paesi che la prevedono
Gli studenti di III C della scuola media di Borghi sono fermamente contrari e analizzano una condanna che viola il primo tra i diritti umani e fondamentali, non garantisce sicurezza e non funziona come deterrente
Il diritto alla vita è il primo tra i diritti fondamentali dell’uomo. Tuttavia, molti considerano ancora la pena di morte come una punizione efficace per persone che hanno compiuto crimini gravi, ad esempio l’omicidio, utilizzandola come deterrente.
Oggi sono cinquanta i Paesi che prevedono, purtroppo, il ricorso alla pena di morte. Si tratta principalmente di: Singapore, Vietnam, Pakistan, Cina, Bangladesh, Giappone, Corea del Nord, Somalia, Sudafrica, Yemen, Egitto, Bielorussia, Usa, Arabia Saudita, Iraq, Bahrein e Iran.
In questi Stati si sostiene che la condanna sia la giusta punizione per chi ha inflitto la morte e che abbia un valore esemplare, cioè che serva a dissuadere altre persone dal macchiarsi di crimini per paura di essere condannati. Tuttavia, nonostante venga inflitta questa terribile esecuzione, gli omicidi sono aumentati: ne deduciamo, quindi, che la pena di morte non funziona come deterrente. Per esempio, negli Usa gli omicidi sono in aumento del 29% ogni anno; in Iran sono cinquemila le persone morte assassinate nel 2025 e in Giappone, nel 2023 e nel 2024, gli omicidi sono aumentati. Il motivo principale per cui non si dovrebbe applicare questa condanna è la violazione dei diritti umani perché, come scritto nell’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, «nessun essere umano ha il diritto di togliere la vita a un altro individuo». La pena di morte è una punizione crudele e disumana che include una sofferenza fisica e psicologica. Inoltre, in alcuni Stati, non tutti possono permettersi un buon avvocato e gli imputati finiscono per non avere un’adeguata difesa. La pena di morte non è la giusta scelta anche perché a volte avvengono degli errori giudiziari, possono esserci casi di false testimonianze o indagini svolte in modo non adeguato e frettoloso, per cui si corre il rischio di condannare a morte degli innocenti.
Lo Stato ha il dovere di riabilitare le persone condannate per far sì che capiscano i propri errori: la pena di morte nega loro la possibilità di riscattarsi perché non si possono pentire delle loro azioni provando a vivere una vita diversa e migliore. Il primo ad esprimere la propria opinione sulla pena di morte fu Cesare Beccaria, che la definì «una guerra della nazione contro un individuo».
Sulla stessa linea si poneva Papa Francesco, che in un videomessaggio del 2019, inviato al settimo Congresso Mondiale contro la pena di morte, disse che doveva essere abolita nel mondo. Sul portale ufficiale della Santa Sede, Vatican News, si leggono le sue parole: «La dignità della persona non si perde mai, anche quando si commette il peggiore dei crimini, la vita è un dono da proteggere ed è fonte di tutti gli altri doni e di tutti gli altri diritti, la convinzione di offrire anche al colpevole la possibilità di pentimento non può essere mai abbandonata».
Ci sono, inoltre, diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani che combattono contro l’esecuzione capitale, come ‘Amnesty International’, ‘Nessuno tocchi Caino’ e la ‘Comunità di Sant’Egidio’. In conclusione, noi giovani riteniamo che nessun uomo abbia il potere di decidere della vita o della morte di un’altra persona, anche se ha commesso dei reati gravi e imperdonabili.
Questa pena va abolita perché viola il diritto alla vita e rappresenta una punizione crudele e disumana.
Inoltre, non è mai stato dimostrato il suo valore deterrente e, uno Stato che uccide, compie a sua volta un omicidio premeditato. La pena di morte è a nostro avviso sinonimo di discriminazione e repressione, senza dimenticare, come già affermato, che un errore giudiziario può uccidere un innocente. In definitiva, la pena di morte significa infliggere sofferenza ai condannati e ai loro familiari, negare qualsiasi possibilità di riabilitazione e non rispettare i valori di tutta l’umanità.
Gli alunni di III C della scuola di Borghi: Gozzi Ludovica, Alessandrino Alan, Pizzinelli Malika, Landini Anita, Caminati Gabriel, Fabbri Amely