Morti sul lavoro, serve sicurezza. Il caso della tragedia di Marcinelle
Quest’anno ricorrono i 70 anni dalla morte di 262 minatori tra i quali 136 operai marchigiani Da allora la situazione è migliorata ma restano ancora tanti gli infortuni anche mortali
Purtroppo non è più l’eccezione alzarsi la mattina, andare al bar, prendersi un giornale e vedere che un operaio o un manovale, in Italia o all’estero, è morto sul lavoro. Parliamo di una situazione iniziata negli anni Sessanta, con la grande rivoluzione industriale. Uno dei casi più gravi della nostra storia riguardante i caduti sul lavoro è sicuramente la tragedia dei minatori di Marcinelle, avvenuta la mattina dell’8 agosto del 1956.
Ricorreranno quest’anno i settant’anni. Ma facciamo un salto indietro nel tempo. Nel 1951, a Parigi, venne firmato il trattato che diede origine alla Ceca, ovvero alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, formata da Italia, Germania, Francia e dai paesi del Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo). In questo periodo iniziarono le grandi migrazioni nelle regioni ricche di miniere del continente: in molti partirono in cerca di lavoro e fortuna. In particolare gli Italiani si concentrarono in Alsazia, in Lorena e in Vallonia. I minatori lavoravano in condizioni scandalose, sempre esposti alla polvere di carbone, rischiando di prendere tumori o altre malattie nocive all’apparato respiratorio. La goccia che fece traboccare il vaso arrivò l’8 agosto del 1956, proprio nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle: un ascensore, che normalmente trasportava un vagone ricco di carbone, ne stava trasportando due.
Questo causò la rottura di un con-dotto ad olio da cui scaturì l’incendio. Su 272 minatori presenti, ne morirono 262, di cui 136 italiani.
Una tragedia destinata a non scomparire nei decenni successivi, e a dircelo sono i dati: anche se, rispetto al passato, i caduti annuali sul lavoro sono drasticamente diminuiti, parliamo ancora di cifre notevoli che si aggirano tra i 1000 e i 1200 morti all’anno.
Le regioni più coinvolte in questi tragici avvenimenti sono l’Umbria, l’Abruzzo, il Molise, la Puglia, la Campania, la Basilicata e la Calabria.
Qui le denunce di morte sul lavoro raggiungono cifre impensabili: basti pensare che nei primi dieci mesi del 2025 sono stati segnalati 889 casi all’Inail, ovvero l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, che pubblica rapporti annuali dettagliati su casi di infortunio e malattie professionali, incidenti mortali compresi: si tratta di un ente pubblico che, tra le altre cose, promuove la prevenzione con l’obiettivo di tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.
I dati e i fatti parlano chiaro: ricordare non basta più, bisogna agire, e bisogna farlo ora, altrimenti, fra cinquant’anni saremo ancora qui, a ricordare le tragedie e a scrivere dati.
In Italia i dati Istat/Iss relativi al triennio 2023-2025 delineano un quadro allarmante e complesso: circa 1,26 milioni di giovani tra gli 11 e i 24 anni sono oggi classificati come consumatori a rischio. Di questa vasta platea, ben 615.000 sono minorenni (il 17,8% dei maschi e il 13,3% delle femmine). Nonostante i divieti normativi, il 15,7% della fascia 11-17 anni consuma regolarmente alcolici, con un fenomeno in rapida ascesa: il binge drinking, ovvero l’assunzione di grandi quantità di alcol (oltre 6 drink) in un’unica occasione. Moltissimi giovani sono inconsapevoli delle gravi conseguenze neurobiologiche dell’alcol. Fino ai 25 anni d’età, il cervello umano attraversa una fase cruciale di maturazione, in particolare per quanto riguarda il lobo frontale. Questa regione gestisce gli impulsi, le decisioni razionali e la valutazione dei rischi. L’abuso di sostanze ne frena lo sviluppo fisico, compromettendo la memoria e le capacità di apprendimento a lungo termine. L’uso precoce non è solo un danno immediato; infatti, prima si inizia a bere, maggiori sono le probabilità di perdere il controllo e sviluppare una dipendenza cronica in età adulta, poiché il cervello «impara« a gestire lo stress o le situazioni difficili solo tramite il ricorso a sostanze esterne. Dal punto di vista fisico, l’alcol aggredisce fegato e cuore anche in piccole dosi, poiché l’organismo dei minorenni non possiede ancora il corredo enzimatico necessario per metabolizzare l’etanolo. Sulpiano sociale l’alcol riduce la capacità critica, spingendo i ragazzi verso comportamenti impulsivi o aggressivi, o inducendoli a mettersi alla guida in condizioni di pericolo.
Spesso l’abitudine a bere nasce dal desiderio di sentirsi accettati dal gruppo, ma ciò crea una dipendenza psicologica dal giudizio altrui che indebolisce l’autostima. La prevenzione, tuttavia, non deve basarsi solo sul divieto ma anche sull’ascolto. Scuola e famiglia hanno il compito essenziale di offrire alternative sane: lo sport, l’arte e la cultura sono strumenti fondamentali per imparare a socializzare e a costruire un’identità consapevole, proteggendo la propria salute e il proprio domani.