ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado Don Pacifico Mignini di Monsampolo (AP) - 3G, 3F

«Mi sentivo in una strada chiusa. Sono riuscita a trovare l’uscita»

L’intervista degli studenti del plesso di Monsampolo dell’Istituto Spinetoli-Monsampolo-Acquaviva a una donna vittima di violenza. Dopo dieci anni ha deciso di denunciare: «Non aspettate»

«Vivevo nell’oscurità, non sapevo cosa fosse la libertà». Sono le parole di Sarah C. che, dopo dieci lunghi anni, ha deciso di denunciare gli atti di violenza e manipolazione a cui è stata sottoposta da parte del marito. Mentre lui ora si trova in carcere, lei vive finalmente in pace insieme al figlio di 7 anni.

Con grande coraggio, ha deciso di raccontare la sua storia per ispirare altre donne.

Sarah, com’era la sua vita all’inizio? «Avevo 26 anni quando ho conosciuto il mio futuro marito. Ero piena di vita e con tanta voglia di imparare, poi tutto è cambiato. Lavoravo in una fabbrica e ogni mattina iniziavo il turno con il volto pieno di lividi».

E come li giustificava? «Avevo il terrore di dire la verità, così inventavo scuse banali: dicevo di essere scivolata, di essere inciampata per sbaglio… cercavo di nascondere l’inferno che vivevo in casa dietro le bugie».

Quando è iniziato l’incubo? «Dopo il matrimonio. Quando è nato nostro figlio mi sono sentita in trappola: faceva del male anche a lui».

Cosa ha provato? «All’inizio fingevo di non vedere la verità. Quando sono arrivati gli insulti e le prime botte, davo colpa a me stessa. Provavo a convincermi che mi amava ma sotto sotto sapevo di stare male a causa sua».

Cosa le faceva? «Mi faceva sentire in colpa per tutto: non potevo truccarmi se non nel modo che diceva lui e, se mi permetteva di uscire, dovevo rientrare a un’ora precisa». E se tornava in ritardo? «Bastava un minuto ed era la fine: mi riempiva di botte davanti al nostro bambino. Mi sentivo in una strada a senso unico e ho pensato anche al suicidio, ma poi ho capito che dovevo combattere per mio figlio e per il nostro futuro».

Ha mai provato a reagire? «Sì, rispondendogli a tono e minacciando di denunciarlo, ma era tutto inutile. Pian piano ho iniziato a rimanere in silenzio e ad accettare tutto passivamente. Mi faceva sentire sbagliata e io ci credevo».

Si è confidata con qualcuno? «No, perché lo amavo ma avevo paura di lui allo stesso tempo. Soprattutto, pensavo che, se lo avessi denunciato, mi avrebbe uccisa. Poi, però, i miei amici hanno smesso di credere alle mie bugie e ho iniziato a parlarne con loro».

Quando ha deciso di sporgere denuncia? «Un giorno mio figlio si è chiuso in camera, non voleva più uscire, aveva il terrore anche solo di incrociare lo sguardo di suo padre. A quel punto, non potevo più fingere e sono andata dai carabinieri».

Tante donne stanno vivendo il suo stesso incubo, cosa vuole dirle? «Non aspettate come ho fatto io.

Raccontate tutto, parlate con esperti e sporgete denuncia. Le donne vittime di violenza sono sempre di più».

La classe 3G

 

Con una penna si può fare molto più che scrivere.

Lo hanno dimostrato gli alunni delle classi 3F e 3G della scuola secondaria ’Don Pacifico Mignini’ di Monsampolo, che hanno scelto la tecnica dei calligrammi per celebrare il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. «Abbiamo disegnato con le parole per «incidere» i nostri pensieri – spiegano gli studenti – e renderli indelebili nella mente di chi osserva, perché la vera bellezza di ogni donna non si trova nell’aspetto esteriore, ma nella profondità della sua anima». Le opere sono state protagoniste della mostra diffusa «Per le Donne: voci, figure, messaggi contro la violenza», promossa dall’associazione Acams e dal Comune di Monsampolo. Il sindaco Massimo Narcisi ha ringraziato pubblicamente alunni e insegnanti: «Attraverso queste opere ci hanno restituito messaggi forti e condivisi. Anche così si costruisce una comunità più consapevole e attenta».

La classe 3F

 

La violenza contro le donne è un fenomeno ancora diffuso e spesso invisibile. Per approfondire il tema abbiamo intervistato Laura Gaspari, coordinatrice del centro antiviolenza ‘Donna con te’ di Ascoli, gestito dall’associazione ‘On the road’. «I centri antiviolenza (CAV) sono servizi specializzati gratuiti che offrono accoglienza, ascolto e sostegno a donne che subiscono violenza – spiega Gaspari – con personale esclusivamente femminile e l’obiettivo di accompagna-re le vittime in un percorso di autonomia e consapevolezza». Tra i servizi offerti ci sono supporto psicologico, consulenza e orientamento al lavoro. Il primo passo resta chiedere aiuto. «Uscire dalla violenza è un percorso complesso ma possibile – spiega ancora Laura Gaspari –. Parlare con una persona di fiducia, rivolgersi a un centro o contattare il numero nazionale 1522 può fare la differenza; in caso di pericolo immediato, invece, è necessario chiamare le forze dell’ordine». In Italia circa 6 milioni e 400mila donne tra i 16 e i 75 anni hanno subito violenza almeno una volta nella vita. Anche ‘Donna con te’ registra un aumento degli accessi. «Spesso, la violenza si confonde con l’amore», conclude Gaspari, spiegando che manipolazione e bassa autostima possono portare a restare in trappola. Informazione, ascolto e sostegno sono strumenti fondamentali per uscirne.

La classe 3G

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