ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado Sante Zennaro di Imola (BO) - 2A

Storia e orrori del ’Manicomio centrale’

I ragazzi della 2A delle Medie ’Sante Zennaro’ hanno ricostruito quello che avveniva all’interno della struttura imolese

Fu chiamato ’Manicomio centrale’ e per quasi un secolo segnò la storia della psichiatria italiana. Il manicomio Luigi Lolli di Imola nacque nel 1880, voluto dal medico Luigi Lolli che dal 1862 dirigeva l’ospedale cittadino. Di fronte all’aumento di ricoveri, Lolli fece costruire una nuova struttura più grande, destinata a diventare uno dei complessi psichiatrici più importanti d’Italia.

Liliana Vivoli è un’importante archivista storica italiana, nota soprattutto per il suo lavoro di ricerca e conservazione del patrimonio documentario emiliano romagnolo. La signora Liliana è venuta a parlare in classe dell’Osservanza, e ci ha raccontato di come erano fatte le stanze del manicomio e quello che facevano ai bambini.

Giovanni Angioli è nato a Casola Valsenio il 24 marzo 1949 da una famiglia contadina. Dopo aver terminato le scuole dell’obbligo, si dedicò all’ agricoltura, frequentando alcuni corsi professionali. Per un po’ di tempo diresse un’azienda agricola. A 21 anni si è iscritto alla scuola per infermieri. Subito dopo il matrimonio, avvenuto nel 1972, diventò infermiere al manicomio Lolli di Imola, per ben 25 anni.

La prima volta che Giovanni Angioli andò in un ospedale psichiatrico era nel 1970 e più precisamente andò al Roncati di Bologna. Le persone ricoverate erano tutte afflitte da patologie legate alla senilità. A quell’epoca si praticavano molte ipodermoclisi: al paziente veniva introdotto nella coscia, sottopelle, un ago bucherellato ai lati di circa dieci centimetri, per infondergli liquidi o sostanze nutritive.

I pazienti del Lolli, il manicomio di Imola, non avevano sicuramente una vita facile. C’erano dei casi in cui la terapia poteva durare uno o due mesi, però c’erano altri casi in cui la terapia durava per tutta la vita. La vita lì dentro non era affatto come alcuni credono, assomigliava alla prigione, anzi era peggio.

All’inizio delle terapie, tutto il giorno venivano legati ad un letto, nudi, e dopo tanto tempo non venivano più legati, ma alcuni chiedevano di essere legati lo stesso, perché si sentivano protetti. Mentre i medici cercavano di curarli, la loro situazione peggiorava sempre più, perché le loro cure erano torture, per esempio elettroshock alla testa, le operazioni alle testa potevano portare alla morte e, se riuscivano a sopravvivere a queste operazioni, la loro situazione peggiorava. Le attività dei malati mentali si effettuavano all’aperto, dove camminavano con delle guardie accanto. I pazienti che stavano meglio potevano svolgere dei piccoli lavori in città, ad esempio lavorando la terra, ma se combinavano qualcosa di brutto, potevano essere rispediti subito al manicomio. Alcuni uscivano del tutto dalla terapia e vivevano una vita normale. Molte persone entrava-no in quel manicomio, anche se erano persone totalmente normali, ma venivano fatte ricoverare dai parenti e genitori soltanto perché avevano un carattere un po’ ribelle. Spesso i pazienti che entravano come persone normali, poi stando in questo ambiente impazzivano veramente.

Nel 1951 un gruppo di dottori si trovò davanti ad una situazione insolita: nell’ospedale psichiatrico era arrivato non un paziente, ma un bambino che aveva 2 anni. Il suo nome era Maurizio. I medici decisero di adottarlo e di far un esperimento: capire se trattandolo con amore sarebbe guarito. Nascosero il bambino e lo trattarono come se fosse un figlio. Dopo 20 anni arrivò all’Osservanza ed iniziò a svolgere lavori che avrebbero dovuti essere svolti dai medici. Tutto questo attirò il direttore che chiese all’autogestito se lo volessero.

Maurizio perciò andò all’autogestito del Lolli, qui spiegò la sua storia facendo capire ai medici che la vera cura è l’amore e non sono le medicine.

Le emozioni che abbiamo provato si dividono in quelle negative e quelle positive. Quando Giovanni Angioli ci ha spiegato che i “malati” di mente venivano maltrattati, abusati e trattati come oggetti, noi eravamo stupiti e veramente tristi. È assolutamente disumano abusare di qualcuno, soltanto perché si esprime in un altro modo. È anche disgustoso sapere che una volta le persone ’matte’, secondo gli infermieri venivano abbandonate in questo modo e spogliate di tutto.

Giovanni Angioli ha raccontato che fortunatamente lui e gli altri infermieri hanno deciso di aiutare i pazienti qualche anno dopo. Questo ha sicuramente portato felicità alla nostra classe. Quelle povere persone venivano finalmente aiutate. Allo stesso tempo erano dispiaciute dal fatto che loro, non erano abituati alla libertà, per cui chiedevano di restare legati. Inoltre abbiamo provato molta compassione ed empatia nei confronti di chi veniva maltrattato.

 

Il Lolli, aperto nel 1844 e chiuso nel 1997, fu un manicomio a Imola dove venivano rinchiuse le persone che venivano considerate «senza possibilità di recupero» e pericolose per se stesse e per gli altri, per questo venivano chiamate anche «mentecatti». Giovanni Angioli, infermiere del Lolli, entrò per la prima volta nell’ aprile del 1972 nel padiglione numero 9, appena entrò vide che c’erano ragazzi nudi legati al letto, con sopra sporcizia e tanfo in tutta la stanza, perché non potevano alzarsi dal proprio letto, costretti a fare i propri bisogni tramite un buco nel materasso da cui tutto cadeva sul pavimento sottostante.

I ’matti’ venivano portati lì con la forza e denudati, venivano rasati, legati al letto nudi e interrogati, e se non rispondevano come avrebbero dovuto perché magari non capivano la lingua italiana erano considerati matti.

I bambini considerati problematici e con deformazioni, venivano portati prima in orfanotrofio e dopo i 14 anni, andavano in manicomio, solo se avevano delle capacità andavano in collegio. Se i “matti “dicevano o facevano cose che erano considerate “anormali”, venivano spesso usati dei macchinari o delle tecniche manuali, oggi chiamate torture, come: elettroshock, lobotomia, coma insulinico e la siringa sovra oculare che provocavano danni permanenti e potevano portare addirittura alla morte. Agli infermieri era proibito provare empatia verso i pazienti, soprattutto verso i bambini, alcuni infermieri provarono ad aiutare i pazienti come Giovanni Angioli, mentre altri altri non lo fecero, per paura di perdere il lavoro, e inoltre erano impotenti sulle decisioni prese sui pazienti.

Alice Martinelli, Tommaso Anastasi, Nicolò Frangella 

Votazioni APERTE
Chiusura votazioni 02/06/2026 ore 23:59
0

Per votare è necessario registrarsi al sito e accedere
È importante sapere che si può votare la stessa pagina solo 1 volta al giorno.

Pagina in concorso

20260519 c crn 07 pdf image