Manicomi, una triste storia del Novecento
La 3A delle Sante Zennaro ha approfondito la condizione dei pazienti delle strutture dell’Osservanza: «Trattati in modo disumano»
La nostra classe, la 3^A della scuola Secondaria di primo grado Sante Zennaro, con la storica e archivista Liliana Vivoli e l’ex infermiere Giovanni Angioli, recentemente ha partecipato a tre incontri molto interessanti sulla condizione dei pazienti rinchiusi nei manicomi imolesi nel 1900. In questi incontri abbiamo approfondito la condizione dei pazienti all’interno dei manicomi Lolli e Osservanza di Imola e scoperto che proprio la nostra città fu uno dei più famosi centri psichiatrici d’Italia.
I pazienti rinchiusi non erano solo quelli con problemi o malattie mentali, ma anche chiunque fosse agitato, avesse un periodo di crisi, fosse nato fuori dal matrimonio o semplicemente chi non comprendeva bene l’italiano perché conosceva solo il dialetto. Anche chi aveva malformazioni ma non aveva nessun tipo di problemi, era considerato un disonore per la famiglia e veniva emarginato e dimenticato nei manicomi. Una volta entrati, venivano registrati ed etichettati con nomi ad esempio ‘’deficiente’’ o “ agitato” per catalogarli nei diversi reparti. In seguito venivano spogliati, rasati e gli venivano tolti i loro effetti personali, con ciò venivano privati della loro identità. Capitava spesso che, anche coloro che non avevano problemi mentali, iniziarono ad averli per il clima che c’era e le situazioni che vivevano.
I pazienti erano trattati con modi disumani, ad esempio venivano legati al letto e molte volte facevano i loro bisogni dove capitava nella camera che veniva pulita poche volte al giorno per cui vivevano in mezzo a puzze e condizioni igieniche pessime.
Uno dei posti più crudeli era il famigerato padiglione 9, mentre l’11 era destinato ai bambini. Le pratiche più brutali erano l’elettroshock, le lobotomie, gli psicofarmaci per tenerli calmi come l’LSD che creava allucinazioni, e lo shock insulinico che consisteva nell’iniettare ai pazienti una dose elevata di insulina per mandarli in coma. Molte volte queste pratiche non funzionavano e i pazienti soffrivano inutilmente o diventavano vegetali.
Una famosa caporeparto fu la signorina Zeta che obbligava gli infermieri a non avere alcun tipo di rapporto sociale con i pazienti. Al contrario, nel ‘68 arrivò un famoso psichiatra Eustachio Loperfido, che aveva come obiettivo quello di chiudere tutti i manicomi reintegrando i pazienti nella società e fece dei corsi di formazione agli infermieri, che considerava impreparati, per trattare diversamente i pazienti e dare loro un po’ di dignità. Dopo le riforme di Loperfido i pazienti avevano accesso a spazi e effetti personali e potevano uscire all’aria aperta. L’obiettivo fu raggiunto soprattutto grazie agli infermieri come Angioli, che furono i primi a ribellarsi al sistema e instaurarono rapporti con i pazienti trattandoli come persone e non più come animali. Questo processo di innovazione e in seguito di chiusura dei manicomi a Imola fu considerato innovativo dato che precedette di diversi anni la legge Basaglia del 1978.
Classe 3A Scuole Sante Zennaro
Durante la visita, abbiamo scoperto la storia del complesso: agli inizi, i malati mentali erano liberi di girare per strada e i più agitati venivano arrestati. Allora venne creato il complesso psichiatrico Lolli nel 1869 e ultimato nel 1880, chiamato così in onore di Luigi Lolli, il più importante direttore del manicomio. Dopo, abbiamo fatto un ’tour’. Angioli ci ha raccontato del suo lavoro come infermiere all’interno della struttura e ci ha parlato della Legge Basaglia, con la quale nel 1978 si avviò il processo di chiusura dei mani-comi, completata solo alla fine degli anni Novanta.
Poi, spazio al complesso dell’Osservanza: qui Angioli ci ha raccontato le funzioni che si svolgevano nei padiglioni e i tentativi di cure che i medici erano costretti a effettuare. Nel 1890 venne costruito l’Osservanza, rimasto attivo fino al 1996. I pazienti erano suddivisi per genere, sottoposti a cure sperimentali quali lobotomie, elettroshock e shock insulinici. Nella parte finale della visita abbiamo potuto osservare da vicino incisioni effettuate dai pazienti sui muri delle strutture.
Abbiamo scoperto che la nostra città era soprannominata ’la città dei matti’, per la presenza di numerosi centri psichiatrici molto rilevanti in Italia, come l’Osservanza ed il Lolli. Soprattutto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento bambini e adulti venivano rinchiusi nei manicomi per svariati motivi. Spesso si trattava anche di bambini orfani che avevano malattie, difficoltà nello sviluppo o presentavano malformazioni. Per questi motivi essi venivano considerati un peso o una vergogna.
All’ingresso nel manicomio le persone venivano segnate in registri, nei quali era indicata età, provenienza, diagnosi ed esito del ricovero. Inoltre venivano privati della propria identità: venivano rasati, vestiti tutti allo stesso modo con divise e non potevano tenere oggetti personali. I bambini ricoverati venivano etichettati con parole offensive come ’deficiente’, ’imbecille’ e ’agitato’.
Il manicomio assomigliava più ad una prigione che ad un ospedale, e il personale che assisteva i pazienti non aveva alcuna qualifica. Uno dei manicomi principali di Imola era l’Ospedale Psichiatrico Luigi Lolli, aperto ufficialmente nel 1900. Qui i pazienti ricoverati venivano suddivisi in vari padiglioni, i due più conosciuti erano l’11 ed il 9. Il padiglione 11, destinato ai bambini, nel 1956 divenne troppo piccolo, perciò la maggior parte dei pazienti venne trasferita alla colonia agricola, dotata di un orto con piante ed animali che forniva risorse all’ospedale e nella quale lavoravano i pazienti.
I più gravi vennero trasferiti al padiglione 9, dove vivevano in condizioni disumane e spesso usati come cavie da laboratorio.
Il Lolli venne ufficialmente chiuso nel 1996. Abbiamo infine fatto un’interessante visita nei luoghi dove erano situati i principali manicomi della nostra città.
Riccardo, Margherita, Sveva, Sara, Nicola, Christian e Alessia