La storia del muro di Berlino. L’odio e quelle barriere invisibili
La scuola media Carlo Levi di Campegine ripercorre la tragedia della seconda guerra mondiale L’appello: «Dovremmo tutti procurarci un piccone per distruggere le pareti che ci separano»
Nel corso della storia del Novecento l’Europa è stata attraversata da due guerre: la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultima è forse la più conosciuta, perché è più recente e vicina a noi.
Questa fu un disastro per molti paesi, e in particolare per la Germania, che ne uscì sconfitta e distrutta. Poiché aveva causato la guerra, i paesi vincitori – cioè Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Unione Sovietica – divisero la Germania prima in quattro parti, poi in due. Queste due parti erano: la parte orientale, che era sotto il controllo dell’Unione Sovietica e si chiamava Repubblica Democratica Tedesca, e quella occidentale, sotto il controllo degli Stati Uniti, la Repubblica Federale Tedesca.
Nel 1961 la parte orientale decise di dividere anche la capitale, Berlino, in due parti: in pochissime notti venne eretto un muro di cemento armato alto quattro metri e lungo 155 chilometri, ricoperto di filo spinato e sorvegliato da guardie da una parte e dall’altra. Questo muro non permetteva il passaggio di persone e di merci e talvolta divideva anche dei palazzi, separando famiglie, amici e affetti e mandando in disperazione molte persone, che a volte ricorrevano a gesti estremi pur di riunirsi con i propri cari.
Alcuni riuscirono nel tentativo di scavalcare il muro, altri invece vennero fucilati barbaramente.
Il Muro di Berlino divenne il simbolo della Guerra Fredda, una guerra diversa da tutte le altre, perché combattuta a distanza, mediante spionaggio e in diverse zone del mondo tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
La Germania rimase divisa per circa trent’anni finché il 9 novembre 1989 il muro venne abbattuto, mentre ci avviava alla riunificazione dell’Europa.
Talvolta i muri tra le persone non sono solo fisici, possono essere anche invisibili, fatti di vento, ma un vento duro e doloroso proprio come i mattoni, il cemento, il filo spinato.
È l’odio a costruire questi muri, è l’odio a posare mattone su mattone, giorno per giorno, a erigere pareti di differenza e diffidenza, di ostilità, di disprezzo e di rancore, di abominio.
Se al giorno d’oggi tutti i muri invisibili fossero invece visibili, il mondo sarebbe fatto di cemento. Per fortuna ci sono persone che, armate di zelo, entusiasmo, coraggio e picconi si impegnano ogni giorno per abbattere la corteccia di cemento che ricopre la Terra. Dovremmo tutti procurarci un piccone per distruggere le pareti che ci separano.
Quest’anno a scuola abbiamo studiato la rivoluzione industriale, avvenuta tra il 1760 e il 1830.
Per rivoluzione industriale si intende il passaggio da un’economia agricola e artigianale a una industriale. Nacquero le fabbriche, dove si producevano beni in poco tempo, grazie alle macchine. Questo processo si chiama industrializzazione e questo cambiamento inizia in Inghilterra perché era un paese ricco e potente, con molte colonie da cui arrivavano materie prime a basso costo. La popolazione aumentava molto, quindi cresceva anche la domanda di prodotti. In questo periodo venivano sfruttati nei lavori anche bambini e donne. I bambini percepivano salari molto bassi e la loro piccola taglia e l’agilità delle loro dita erano di grande aiuto nell’uso delle macchine, spesso erano orfani e oltre al salario gli veniva offerto vitto e alloggio, dato che gli orfanotrofi non potevano mantenerli. I bambini e le ragazze che lavoravano in miniera avevano tra i 4 e i 13 anni.
Ancora oggi, i bambini, in alcune parti del mondo, lavorano e non hanno la possibilità e l’opportunità di andare a scuola come noi. Il pensiero di questo ci fa un effetto difficile da spiegare e doloroso per noi, perché siamo abituati a dare per scontato le nostre possibilità. Per questo dovremmo pensare alla nostra fortuna. Perché ogni bambino dovrebbe avere uguali diritti: giocare, studiare, imparare e sognare un futuro migliore.
La disparità di genere è formata da pregiudizi sbagliati che dicono che le donne sono inferiori agli uomini. Fin dall’antichità le donne erano viste come deboli e inferiori, impedivano loro di lavorare e le costringevano a stare chiuse in casa a badare ai figli. Con il passare degli anni le cose sono cambiate, ma ancora oggi le donne non hanno pari diritti. Non hanno mai potuto votare fino al 2 giugno 1946. Oggi in Europa le donne hanno gli stessi diritti degli uomini: lavorano e studiano. Ma in altre parti del mondo le donne sono ancora molto limitate nelle scelte, non possono lavorare e le ragazze non possono studiare. La parità di genere è un obiettivo dell’agenda 2030, quindi speriamo di poterlo raggiungere.