ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado E. Mattei di Marina di Ravenna (RA) - 3A

Giorno del Ricordo, per non dimenticare. Noi giovani siamo il futuro del Paese

I ragazzi della media ‘Mattei’ di Marina di Ravenna raccontano della partecipazione alla cerimonia del 10 febbraio Una giornata per commemorare le vittime delle foibe e l’impegno a costruire un mondo migliore

Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo e noi alunni di 3^A abbiamo partecipato a una cerimonia pubblica che si è svolta a Marina di Ravenna, davanti alla lapide che ricorda l’accoglienza di profughi giuliani e dalmati nel nostro territorio. Erano presenti il vicesindaco Eugenio Fusignani, la presidente della Circoscrizione del Mare, Licia Suprani, il prefetto, il questore, le forze dell’ordine, associazioni come l’Anpi, cittadini e la nostra classe, accompagnata dal dirigente e da alcuni docenti.

Il Giorno del Ricordo serve a restituire la giusta importanza a una pagina dolorosa della storia italiana.

Durante la seconda guerra mondiale i partigiani jugoslavi di Tito, per vendicarsi delle violenze del fascismo e per eliminare chiunque si opponesse, iniziarono a colpire gli italiani. Molte persone vennero uccise e gettate nelle foibe, cavità naturali del terreno. Tra le vittime c’erano persone che non avevano colpe, ma furono considerate nemiche: rappresentavano l’Italia fascista che aveva “italianizzato” con la forza quei territori. Con il Trattato di Parigi del 1947 quelle terre passarono alla Jugoslavia.

Per gli italiani che vivevano lì iniziò un periodo drammatico: dovevano scegliere se restare sotto un regime comunista che li discriminava o abbandonare le proprie case e i propri beni. Ebbe inizio l’esodo.

Quelle persone non erano semplici migranti, ma profughi costretti a scappare dalla loro terra perché non c’erano più le condizioni per vivere in sicurezza. La partecipazione alla cerimonia è stato un momento di cittadinanza attiva perché ci siamo riuniti per ricordare pagine di Storia e condividere opinioni. Riflettere su questi eventi ci ha fatto capire quanto sia doloroso perdere le proprie radici e il posto in cui si è nati.

Per chi è dovuto scappare, la propria casa non era solo un tetto sulla testa, ma la propria storia e il proprio modo di vivere che improvvisamente venivano cancellati, come ci ha detto il testimone Mario Dugan.

Il discorso tenuto dal vicesindaco durante la cerimonia era rivolto soprattutto a noi giovani; ha detto che noi siamo il futuro e ha sottolineato il nostro ruolo nella comunità: spetta alle giovani generazioni la responsabilità di ricordare ciò che è successo per far sì che non riaccada. Essere considerati il futuro del proprio Paese è una grande responsabilità. Molti giovani percepiscono il peso di dover prendere in mano la situazione economica e politica, spesso descritta come difficile. C’è la percezione di dover rimediare agli errori delle generazioni precedenti. In pratica significa essere consapevoli di poter cambiare le cose, ma allo stesso tempo sentirsi bloccati. Ora abbiamo la fortuna di vivere in un’Europa dove i confini non sono dei muri invalicabili, ma dei punti di incontro.

Ricordare significa anche impegnarsi ogni giorno per costruire un mondo dove nessuno debba più sentirsi un estraneo a casa propria.

 

La violenza contro le donne spesso indossa la maschera dell’amore: si presenta con parole dolci e promesse rassicuranti, ma sotto nasconde il bisogno di possedere, di decidere, di limitare. Non alza subito la voce: prima abbassa quella dell’altra persona, fino a farle credere che sia normale chiedere il permesso per ogni cosa. Finché chi controlla verrà scambiato per chi ama, la violenza continuerà a nascondersi sotto gli occhi di tutti.

C’è una forma di violenza che spesso non si vede e proprio per questo passa inosservata: quella fatta di frasi dette con leggerezza, di battute apparentemente innocenti, di silenzi che diventano complicità. È la violenza che nasce quando si insegna a una bambina a “stare attenta” invece che insegnare a un bambino a “rispettare”. Il “no” pronunciato da una donna non deve essere interpretato come un insulto al potere maschile, ma un confine per la propria libertà.

Combattere la violenza contro le donne significa partire dalle parole che usiamo ogni giorno, dall’educazione che trasmettiamo, dal modo in cui ascoltiamo. Significa cambiare mentalità, perché il rispetto non nasce per imposizione ma per consapevolezza.

Raccontare questa realtà non serve quindi a generare paura, ma coraggio. Speriamo che questo articolo non resti solo un testo, ma diventi un invito a rompere il silenzio, a scegliere il rispetto e soprattutto a difendere la vita di ogni donna.

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