Nino e Ida, bersagli della mafia. «Aspettiamo ancora giustizia»
Gli studenti dell’istituto di Lama Mocogno hanno incontrato Antonino Morana Agostino «Mio zio scelse di diventare poliziotto, per me era un eroe». Fu ucciso da sicari insieme alla moglie
Il 17 novembre 2025 abbiamo avuto il piacere di ricevere presso il nostro Istituto ’G. Dossetti’ di Lama Mocogno Antonino Morana Agostino, figlio di Flora Agostino e nipote di Vincenzo Agostino. Antonino ci ha raccontato la storia di suo zio: Nino Agostino è nato il 29 marzo 1961 in Sicilia, precisamente a Palermo, dove tra gli anni ‘70 e ‘80 la mafia cercava di acquisire il potere.
Siamo nel pieno della seconda guerra di mafia, uno dei periodi più sanguinosi della storia di Cosa Nostra e per contrastare la criminalità organizzata, Nino decide di diventare poliziotto. Il suo primo incarico è al mercato di Ballarò, successivamente viene trasferito a San Lorenzo: ma a Nino non basta essere un poliziotto semplice, decide perciò di collaborare con agenti segreti, con l’intento di andare a caccia di latitanti e mafiosi. Tra questi ultimi, Giovanni Brusca, noto carnefice della strage di Capaci, oggi collaboratore di giustizia che ha ammesso di aver ucciso circa 150 persone, tra cui un bambino, Giuseppe Di Matteo. La posizione del poliziotto desta sospetti, per questo diventa un bersaglio dei mafiosi, che iniziano a pedinarlo. Agostino si sposa con Ida Castelluccio subito dopo il conseguimento del diploma di lei, nel luglio del 1989. Dopo la celebrazione delle nozze, i neosposi partono per la luna di miele, destinazione Atene, ma all’aeroporto di Catania Nino si accorge che c’è qualcuno che li segue.
Nel frattempo, il padre di Nino, Vincenzo Agostino, durante l’assenza del figlio, decide di trascorrere del tempo nella casa al mare di famiglia, a Villagrazia di Carini, a Palermo. Nel corso del soggiorno a Carini, però, il sig. Agostino subisce un’irruzione in casa: un uomo, che poi si scoprirà essere ’faccia di mostro’, ovvero Giovanni Aiello, cercava Nino. «In quel periodo», Antonino prosegue la sua narrazione, «mio zio aveva molta paura e ansia, infatti dormiva sempre con la pistola sotto il cuscino oppure stava molto attento e controllava spesso chi ci fosse dietro di lui». Tornati dal viaggio di nozze, la famiglia Agostino si prepara a festeggiare i 18 anni di Flora, sorella di Nino: per l’occasione il poliziotto cambia il turno, ma non sa che un collega lo tradisce e riferisce ai mafiosi che lo cercavano che il 5 agosto ci sarebbe stata la festa. La sera del 4 agosto Nino chiede al padre di svegliarlo presto; l’indomani, Nino avrebbe rivelato a Vincenzo che presto sarebbe diventato nonno. Subito dopo Vincenzo nota un particolare inquietante: le ruote dell’auto del poliziotto sono bucate.
Oltre a questo, il pomeriggio del 5 agosto regna nel quartiere un inconsueto silenzio: nessuno passa per strada, dove di solito c’è sempre molto movimento, e non si sentono neppure i ragazzi giocare a pallone.
«Ad un tratto», continua Antonino, «questo silenzio viene interrotto da botti, non si tratta di petardi di ragazzini».
Una voce risalta tra i rumori assordanti: ’stanno uccidendo mio marito’, Vincenzo corre e, sulla strada, vede riverso a terra suo figlio mentre cerca di proteggere dagli spari la moglie Ida. Quest’ultima si alza e urla in faccia ai killer che li ha riconosciuti, nel giro di pochi secondi i sicari sparano anche a lei. Ida e Nino muoiono: hanno solo, rispettivamente, 19 e 21 anni.
Da quel giorno, Vincenzo Agostino si è battuto per cercare la verità: la storia di suo figlio e dei sospetti legami del suo assassinio con i clan mafiosi, è sempre stato un argomento scomodo, per questo ha avuto spesso l’impressione che nessuno si adoperasse abbastanza per risolvere il caso. Da quel 5 agosto del ‘89, Vincenzo non ha più tagliato la barba e i capelli, segno di una giustizia che, purtroppo, né lui né la sua famiglia hanno ancora ricevuto. Vincenzo è morto il 21 aprile del 2024 e ha lasciato il testimone a suo nipote Antonino, che ci parla anche dell’Associazione LIBERA e di quanto questa li abbia supportati nella lotta per la verità. Antonino ci fa anche una rive-lazione: ci dice che suo nonno Vincenzo, il giorno in cui è stata allestita la camera ardente degli zii, ha incontrato il giudice Giovanni Falcone che, palesemente commosso, disse che Ida e Nino gli avevano salvato la vita. Questo gesto aveva un forte valore simbolico: dimostrava vicinanza alla famiglia e sottolineava l’impegno dello Stato contro la mafia.
Abbiamo posto ad Antonino alcune domande.
Cos’è LIBERA? «Libera è un’associazione antimafia nata nel 1995, con lo scopo di contrastare la mafia, la corruzione e promuovere l’impegno civile. È stata riconosciuta come associazione di promozione sociale ed è stata inclusa tra le cento migliori OMG del mondo. Libera organizza anche le giornate della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie; queste si celebrano il 21 marzo di ogni anno, giorno che segna l’inizio della primavera».
Come vive oggi la tua famiglia in attesa di verità e giustizia ? «La mia famiglia vive l’attesa della giustizia con dignità, si sono avviati dei processi e si continua a indagare».
Cosa pensi sia importante trasmettere ai giovani? «Penso che la cosa più importante che i ragazzi possono fare contro la mafia sia quella di rimanere uniti».
Cosa vorresti dire ora a tuo nonno? «Gli vorrei dire tante cose, ma principalmente che c’è ancora bisogno di lui per combattere la mafia».
Cosa ti piacerebbe che le persone sapessero su tuo zio? «Mi piacerebbe che sapessero che mio zio, per me, è stato un eroe nonostante tutto, fino all’ultimo è sempre stato forte. Anche se io non l’ho conosciuto, era una persona molto generosa».
Condividi le stesse idee di tuo nonno riguardo alla mafia? «Sì, tutto. Tutto quello che ho appreso lo devo a mio nonno: mi ha insegnato a stare in guardia perché la mafia è dappertutto; ho imparato, grazie a lui, a saper riconoscere questi fenomeni e avere quell’attenzione in più».
Si è scoperto chi ha ucciso tuo zio? «I principali sospettati sono in carcere dal 2020, ma le indagini proseguono».
Pensi che la morte di tuo zio abbia influenzato la lotta contro la mafia? In che modo? «Sì, la morte di mio zio l’ha influenzata: mio nonno Vincenzo è ricordato per la barba e i capelli che non ha più tagliato, simbolo della lotta per la giustizia».
In cosa credeva tuo zio? «Non ti so rispondere, ma credeva nella verità e aveva un profondo senso di giustizia, era molto dedito al suo lavoro».
Nino Agostino scelse di diventare poliziotto anche per ribellarsi a un pregiudizio diffuso, ancora presente oggi, secondo cui ’se sei di Palermo, fai parte della mafia’. La sua decisione non fu solo una scelta professionale: rappresentava un atto di coraggio civile, una volontà di dimostrare che la propria appartenenza alla città poteva significare onestà, impegno e dedizione allo Stato, e non connivenza con la criminalità organizzata.
Ringraziamo Antonino Morana Agostino per averci dedicato parte del suo prezioso tempo e per aver condiviso con noi i racconti della sua famiglia.
Ringraziamo la nostra Dirigente Scolastica, la dott.ssa Laura Lami, per aver organizzato questo incontro, offrendoci un’importante opportunità di crescita.
Classe 3^A della Scuola Secondaria di primo grado di Lama Mocogno ’G. Papini’ Prof.ssa Serena Mancini