Scuola è sinonimo di integrazione. «Lo studio cambia le prospettive»
I racconti delle studentesse accolte dal Cpia di Pavullo: «Senza conoscere la lingua ogni cosa sembrava difficile Studiare l’italiano ci ha permesso di sentirci davvero a casa, capire i nostri diritti e diventare parte della comunità»
Lo studio dell’italiano cambia le prospettive e la vita di chi viene in cerca di un futuro migliore.
«Arrivare in Italia è stato come tuffarsi in mare senza saper nuotare – dice Eliane – i primi mesi sono stati i più difficili: non parlo solo della nostalgia per la mia terra o della fatica di trovare un lavoro dignitoso, ma del muro invisibile del silenzio.
Senza conoscere la lingua, ogni cosa, per quanto piccola o semplice, diventava una montagna insormontabile. Mi sentivo come una bambina in un corpo da adulta, incapace di esprimere i miei pensieri e i miei bisogni.
La svolta è arrivata quando ho iniziato a studiare l’italiano. Nonostante le molte difficoltà che incontro ancora oggi, a quel punto tutto è cambiato.
Studiare l’italiano non è stato solo imparare la grammatica, ma ricevere le chiavi di una casa che prima mi teneva fuori. Ricordo ancora l’emozione della prima volta che ho risposto al telefono senza tremare o quando ho potuto parlare con le insegnanti dei miei figli senza l’aiuto di un interprete».
Secondo Najat «l’integrazione non è un processo magico, è un cammino fatto di verbi coniugati e di coraggio. L’Italia non è più solo il posto in cui vivo, ma il posto in cui posso finalmente dire la mia, con la mia voce. Studiare mi ha restituito la dignità di essere donna, cittadina e lavoratrice, dimostrandomi che nessuna barriera è troppo alta se si hanno gli strumenti giusti per scavalcarla.
Oggi, dopo tanta fatica, le soddisfazioni iniziano ad arrivare. Ho trovato un impiego dove i colleghi finalmente mi chiamano per nome e mi chiedono come sto.
Posso dire con orgoglio ai miei figli che il sacrificio che ha fatto la nostra famiglia è stato ripagato».
Come sostiene Ghalia «migrare significa lasciare un pezzo di cuore altrove per scommettere su un futuro incerto. Quando sono arrivata in Italia, la solitudine era la mia unica compagna. La difficoltà più grande non è stata il freddo del nostro Appennino e la burocrazia, ma il senso di isolamento che provi quando il mondo intorno a te parla e tu non capisci. Ti senti trasparente, quasi invisibile agli occhi della società.
Tutto è cambiato quando ho deciso di rimettermi sui banchi di scuola. Al CPIA ho trovato altre donne, le mie compagne di classe, con storie simili alla mia e insegnanti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi che ’casa’ è dove riesci a farti capire».
«Lo studio dell’italiano è stato il ponte fondamentale – afferma Siham – mi ha permesso di leggere i contratti, di capire i miei diritti e di integrare le mie tradizioni con quelle di questo Paese che mi ha accolta.
Oggi guardo al mio percorso con orgoglio. La soddisfazione più grande? Tornare a scuola con umiltà e non sentirmi fuori posto.
La lingua è libertà: mi ha dato la forza di cercare un lavoro migliore e di sentirmi parte integrante della comunità. L’integrazione è faticosa, richiede sacrificio e ore di studio dopo il lavoro, ma il risultato è impagabile: smettere di essere ’una straniera’ per diventare, semplicemente, una cittadina che contribuisce al futuro dell’Italia.
Per questo motivo dico a chi vuole fare come me e lasciare la propria terra per cercare un futuro migliore altrove: non pensate di venire a mani vuote, con una valigia piena di sogni e vuota di competenze. Prima di partire cercate di conoscere la lingua di quel paese, siate sicuri di riuscire a comunicare o in alternativa andate subito a scuola. Conoscere il mondo è indispensabile per non subirlo. La scuola è la nostra libertà».