I disturbi alimentari, oltre lo specchio. Stare bene con noi stessi e gli altri
La 2^A delle medie dell’Istituto Sant’Alberto Magno avverte: non è una malattia o una cosa da prendere alla leggera Tutto nasce da una sensazione, un sentimento di disgusto verso di sé, per finire pian piano ad autodistruggersi
I disturbi alimentari non sono una malattia, né tantomeno qualcosa da prendere alla leggera. Solitamente tutto nasce da una sensazione, un sentimento di disgusto verso il proprio corpo, per finire pian piano ad autodistruggersi.
Basta un gesto, una parola di troppo o la più “minima” cosa per portare una persona in questo loop di risentimento e odio verso sé stessi. Come detto, i disturbi alimentari non sono una malattia e, infatti, si sviluppano principalmente nell’età dell’adolescenza, tra i 12 e i 17 anni, quando ogni parola, detta con leggerezza, può essere un’arma.
Non sempre le conseguenze sono chiaramente visibili, ma variano da persona a persona: c’è chi finisce a farsi del male, chi piange tutte le notti e chi salta troppi pasti, o ne fa di troppi. Sono tutte forme di dolore, spesso molto gravi, causate dal giudizio altrui e proprio.
Lo ritroviamo spesso nei corpi giudicati ’stecchino’ o ’balena’. Ci sono vari segnali che possono portare a capire se una persona si sente a disagio con il proprio corpo; ad esempio, quando fa evidente-mente caldo e vediamo qualcuno ancora in felpa, possiamo arrivare a capire che si sente a disagio con il suo corpo e se ne vergogna.
O anche, quando magari si è in gruppo e si parla male di chi ne soffre come se esagerasse, e si vede un lui o una lei iniziare a zittirsi e smettere di ridere. Chi soffre di tutto questo va trattato con cura, non perché sia diverso, ma perché è semplicemente più fragile e delicato. Bisogna cercare sempre di immedesimarsi nel prossimo, per capire cosa prova e cercare una soluzione fisica e mentale. Ad esempio, proporre uno psicologo, cercare di capire chi o cosa ha provocato tutto questo alla persona, o motivare lui o lei a mangiare di più o a seguire una dieta. Questo è tutta un’altra cosa rispetto al giudicare, parlare senza sapere e cercare attenzioni sapendo che, però, l’altra persona ci starà male. Dovremmo avere tutti la possibilità di stare bene con noi stessi e con gli altri, ma da soli ciò non sarà mai possibile: bisogna farlo insieme, per far stare meglio tutti.
Ad oggi la violenza a scuola è molto ricorrente, sia tra gli studenti che verso i professori. Tra gli studenti la violenza non è rara: i casi di risse sono in aumento e molte iniziano a causa di incomprensioni o per competitività eccessiva. Nonostante l’intervento dei professori, i casi non accennano a diminuire; non si tratta solo di bullismo, ma anche di vere e proprie minacce verso i compagni e gli insegnanti. Questo porta a disagi nel venire a scuola, ansia, difficoltà di concentrazione e, nei casi più gravi, all’abbandono del percorso scolastico a causa dei traumi. Questi comportamenti violenti possono derivare da problemi in famiglia, problemi comportamentali o dal fatto che i ragazzi vedono la violenza sui social e pensano sia la normalità.
Il problema non è solo educativo, ma anche sociale, perché la scuola riflette il contesto della società; in una società come la nostra, dove la violenza è sempre più frequente, anche a scuola la violenza sta aumentando.
Perciò è necessario intervenire, per far tornare la scuola un luogo sicuro dove imparare.
I docenti riconoscono che è necessario l’intervento di un esperto che aiuti i ragazzi a capire come sviluppare le relazioni basate sul rispetto reciproco. La violenza a scuola va fermata il prima possibile, perché la scuola deve essere un luogo sicuro dove imparare e non uno dove avere paura di essere aggrediti.
Classe 2^A: Morgana Maria Mascagni, Marta Lavinia Balteanu, Beatrice Zoli, Melissa Peccini Correa
Spesso, anche nella nostra scuola, assistiamo a situazioni dove, invece del dialogo, prevale la violenza. Questo succede principalmente durante la ricreazione, quando si gioca a calcio nel cortile. Durante la pausa di dieci minuti, invece di rilassarci, mangiare o giocare divertendoci con i compagni, tiriamo calci, pugni e insultiamo gli altri, senza renderci conto del male che provochiamo. In questi giorni, due psicologhe professioniste stanno cercando di risolvere, insieme a noi, questo problema della convivenza tra i compagni di classe. Secondo noi, questo progetto sta funzionando moltissimo e, rispetto a prima, i litigi tra studenti stanno diminuendo sempre di più.
Grazie al loro aiuto, durante la ricreazione abbiamo iniziato a giocare a calcio più attentamente, rispettando sempre di più i nostri compagni di classe e cercando di evitare di fare del male, sia fisico che psicologico.
Classe 2A: Federico Brandano, Edoardo Ingratta, Giovanni Galli