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CPIA Pavullo di Pavullo nel Frignano (MO) - Redazione

Il dramma delle guerre ricorrenti. Pace e libertà, impegno quotidiano

L’analisi delle studentesse del Cpia di Pavullo: «Le rivoluzioni più belle sono state fatte con parole e coraggio Le bombe portano solo distruzione e povertà. Conoscere il passato deve aiutare a non rifare gli stessi errori»

Siamo quattro studentesse nate in paesi diversi ma oggi sedute negli stessi banchi di scuola.

Scriviamo questo articolo perché, guardando i telegiornali del 2026, abbiamo l’impressione di leggere un vecchio libro di storia che non finisce mai. Si parla di ’ricorsi storici’, una parola difficile per dire una cosa semplice: l’uomo continua a fare gli stessi errori.

Molti pensano che la guerra sia qualcosa di lontano o un film d’azione. Ma la storia ci insegna che la guerra è sempre uguale: toglie il pane, distrugge le case e separa le famiglie. Oggi vediamo ancora confini che si spostano con la forza, proprio come accadeva nel Novecento. Eppure, dopo ogni grande conflitto il mondo ha sempre gridato ’Mai più!’.

Perché allora sta succedendo di nuovo? Forse perché abbiamo dimenticato che la pace non è solo l’assenza di bombe, ma è un impegno che va curato ogni giorno con il dialogo. In molti Paesi oggi non si può parlare liberamente.

La censura è come una benda sugli occhi e un bavaglio sulla bocca. Quando un governo ha paura delle idee dei suoi cittadini, usa la dittatura per stare al potere.

Noi veniamo da realtà dove a volte dire la verità è pericoloso. La storia ci insegna che le rivoluzioni più belle non sono state fatte con le armi, ma con le parole e con il coraggio di chi ha chiesto libertà. Senza la libertà di pensare e di scrivere non siamo davvero persone, ma solo numeri. Spesso sentiamo parlare di ’migranti’; come se fossero un problema tecnico o un numero statistico. Ma la migrazione è quasi sempre una conseguenza della mancanza di pace e di libertà.

Nessuno lascerebbe la propria casa, i propri amici e la propria lingua se potesse vivere al sicuro e libero nel proprio Paese. Chi scappa dalle guerre o dalle dittature non sta cercando una vacanza, sta cercando il diritto di restare vi-vo. Se nel mondo ci fosse più giustizia, ci sarebbero meno persone costrette a camminare per migliaia di chilometri o rischiare la propria vita su un barcone verso l’ignoto. Noi siamo giovani e straniere, ma abbiamo capito una cosa importante: la democrazia e la pace sono come l’aria, ti accorgi che servono solo quando iniziano a mancare. Non dobbiamo aspettare che la storia si ripeta in modo tragico per dare valore alla libertà. La nostra rivoluzione oggi è studiare, capire e non restare indifferenti davanti alle ingiustizie.

Solo così potremo interrompere questi ’ricorsi’; e scrivere finalmente un capitolo nuovo, dove la parola ’guerra’ resta solo nei libri e non nelle nostre vite.

A volte in classe ci chiediamo a cosa serva studiare date e battaglie del passato. Abbiamo capito che la storia è come una mappa: se non sai da dove vieni, non sai dove stai andando. Studiare la storia ci serve a riconoscere i segnali di pericolo prima che sia troppo tardi. Conoscere il mondo, invece, ci aiuta ad abbattere i muri della paura. Se conosciamo le culture e le fatiche degli altri popoli, non li vedremo più come ’estranei’, ma come compagni di viaggio. Studiare ci rende cittadini del mondo e ci dà gli strumenti per non farci ingannare da chi vuole dividerci.

 

Studiando per la terza media, anche da adulte, abbiamo ripassato un po’ la storia e la geografia e abbiamo capito una cosa a cui da giovani forse non si pensa molto e cioè che dietro ogni conflitto non ci sono solo idee o confini, ma un enorme business: l’industria delle armi.

Studiare la storia ci serve a capire che le guerre non scoppiano per caso. Molte rotazioni della storia si ripetono perché fabbricare e vendere armi è diventato uno dei modi più veloci per fare soldi.

Mentre noi studiamo per costruirci un futuro, c’è chi guadagna distruggendo quello degli altri.

Secondo noi, è sbagliato continuare a investire negli armamenti perché più armi ci sono in giro, più sarà facile usarle. La pace non si costruisce accumulando fucili, ma investendo in scuole e ospedali. Le guerre oggi sembrano ruotare tutte attorno a questo mercato.

Se le fabbriche di armi smettessero di produrre strumenti di morte, molti conflitti finirebbero per mancanza di mezzi.

Invece, la censura e la propaganda delle dittature servono a nascondere questa verità, facendo credere alla gente che la guerra sia necessaria.

Noi che veniamo da terre difficili sappiamo che la migrazione è la prima conseguenza di questa catena.

Le persone scappano perché le armi vendute dai Paesi ricchi finiscono per distruggere le case dei poveri. Conoscere il mondo ci aiuta a capire che siamo tutti collegati: se un Paese vende una mina, prima o poi quella mina toglierà il futuro a qualcuno che sarà costretto a fuggire.

Per noi la vera rivoluzione è dire basta agli investimenti sulle armi.

La libertà comincia quando decidiamo di dare valore alla vita umana invece che al profitto di chi produce bombe.

Solo così potremo finalmente fermare i ricorsi storici del dolore.

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