ll progetto de il Resto del Carlino per i lettori di domani

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IC Cervia 3 di Cervia (RA) - 1B, 1E

I sapori della nostra Romagna. Cappelletti, piada e ciambella: che bontà

Un gruppo di ragazzi della scuola media ‘Cervia 3’ parlano dei pilastri della gastronomia del territorio Qui la tavola è proprio sacra con specialità apprezzate da grandi e piccoli, tutti i giorni dell’anno

Il cappelletto è un pilastro della gastronomia della Romagna, con radici contadine e nobiliari che risalgono al XVI secolo, ufficialmente attestato dal 1811, grazie a un’inchiesta napoleonica sulle tradizioni del Regno d’Italia, erano il piatto dei giorni di festa. Il nome riprende la forma di cappello da contadino.

Un aneddoto racconta che Pellegrino Artusi, il “padre della cucina italiana”, codificò la ricetta n.7 ma, attenzione, in Romagna infuria da secoli la “guerra del ripieno”. Nel Ravennate e nel Cesenate domina il compenso di magro, soloformaggi,parmigianoe,spesso,lacaciotta,mentrenell’entroterra compare la carne.

Un tempo la quantità di uova nella sfoglia e di formaggio nel ripieno misurava la ricchezza della famiglia.

La piadina non ha un singolo inventore, ma è un antico cibo contadino di origine millenaria, con radici Etrusche e Romane, diffusa come alternativa economica al pane lievitato. Se non c’erano soldi per il forno pubblico o il lievito, si mescolava farina, acqua e un po’di strutto, cuocendo tutto sul “testo”, una teglia di terracotta.

La prima testimonianza scritta risale al 1371, mentre tra Ottocento e Novecento Giovanni Pascoli e Marino Moretti ne fanno l’indiscussa protagonista in due loro opere. La piadina riminese è più sottile, larga e leggera, quasi trasparente. La piadina forlivese-ravennate è più spessa, morbida e consistente, ma entrambe si possono farcire con il companatico che si preferisce. Nel passato lo strutto era l’olio dei poveri e una leggenda narra che la piadina fosse il cibo dei rifugiati e dei soldati, ma la verità è più poetica: era il pane delle “azdore”, le regine del focolare, che dovevano sfamare in pochi minuti braccianti affamati.

La ciambella è un filone dorato, sodo e ricoperto di granella di zucchero. E’ il dolce della domenica della Pasqua. Anticamente veniva chiamata “brazadela”, perché si usava infilarla nel braccio per portarla in tavola o al mercato.

Non è soffice come un pan di spagna, ma deve essere “tosta”, perché la sua morte è il “tocio” nel vino.

Una volta la ciambella non si mangiava a colazione col latte, ma a fine pasto, rigorosamente inzuppata in un bicchiere di Albana dolce o Cagnina. Si dice che una ciambella sia venuta bene solo se spezzandola fa le briciole: quelle briciole che restano sul fondo del bicchiere di vino sono, per ogni romagnolo, il vero tesoro del convivio.

In Romagna la tavola è proprio sacra. Come si dice in dialetto: “A tavla u n’s invecchia mai” (a tavola non si invecchia mai).

Maya Merullo, Alice Miglietta, Federico Salomoni, Neve Turci, Isotta Barberini, Ginevra Fusari, Nicolò Lioce e Sveva Maffei, classe 1^E Scuola media ‘Cervia 3’ Prof.ssa Loredana Savoia

 

Il bullismo è un fenomeno purtroppo diffuso tra i giovani con una prepotenza ricorrente. Non è uno scherzo o un litigio occasionale, ma un comportamento aggressivo ripetuto più volte nel tempo da una persona sola o da un gruppo, che prende di mira chi è ritenuto più fragile. Questo atto di aggressività può essere fisico e verbale, o può avvenire indirettamente.

Da un po’ di tempo si è sviluppata un’altra forma di bullismo più insidiosa: il cyberbullismo. Con la diffusione di smartphone, social network e chat, le aggressioni continuano anche nel mondo digitale per offendere, minacciare, diffondere foto imbarazzanti e informa-zioni false su una persona.

La differenza principale tra bullismo e cyberbullismo è che quest’ultimo può avvenire in qualsiasi momento della giornata e raggiungere un pubblico molto più vasto. Un insulto scritto in una chat o sotto una foto può essere condiviso, copiato e diffuso in pochi secondi in tutto il mondo, causando alle vittime ansia, perdita di autostima e difficoltà nello studio. Dietro a uno schermo alcuni ragazzi si sentono più liberi e spesso più crudeli. Le conseguenze nelle vittime, però, sono reali, spesso devastanti e possono sviluppare depressione o pensieri autolesionistici: le parole fanno male, a volte molto di più delle azioni fisiche.

Chi assiste ad un atto di bullismo può avere un ruolo fondamentale: può ridere e fare video, oppure stare con la vittima, aiutarla, chiedere aiuto ad un adulto. Il silenzio spesso rafforza il bullo, invece il coraggio di dire “basta” può cambiare la prospettiva.

La prevenzione è essenziale. A scuola si possono organizzare incontri di educazione civica per insegnare il rispetto e l’uso responsabile della tecnologia. Nella nostra classe, ad esempio, abbiamo potuto assistere ad un incontro molto utile con la Polizia Municipale di Cervia, che ci ha dato consigli preziosi. Anche in famiglia è importante dialogare, ascoltare e osservare eventuali segnali di disagio, come l’isolamento improvviso o il rifiuto di andare a scuola. Contrastare il bullismo e il cyberbullismo significa promuovere una cultura del rispetto, dell’empatia e della responsabilità. Dire “no” al bullismo non è solo un dovere morale, ma un passo fondamentale per creare una società più giusta, in cui le differenze siano considerate una ricchezza e non un motivo di esclusione.

Emma Assirelli, Giada Gobbi, Mattia Manuzzi, Giorgia Russo classe 1^B Scuola media ‘Cervia 3’ Prof.ssa Loredana Savoia 

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