La tragedia del Salvemini. Disastro aereo sulla scuola
Gli alunni e le alunne delle medie Kinder College ripercorrono la terribile strage del 1990 Dall’entrata in classe degli studenti colpiti dall’incidente allo schianto del velivolo per un’avaria
È una bella mattina d’Inverno: soleggiata e fredda, il 6 Dicembre 1990 a Casalecchio di Reno. Quel 6 Dicembre che è rimasto nella memoria di tutti e nessuno dimenticherà mai più. Dodici studenti di quindici anni si preparano per andare a scuola come tutti i giorni.
Come tutti gli studenti, come noi, ognuno ha il suo stato d’animo.
Quel giorno le lezioni, nella succursale dell’Istituto Salvemini, inizieranno in ritardo: la giornata scolastica per questo durerà soltanto due ore. Nonostante ciò quel giorno tutti decidono di andare a scuola. Chi di corsa, come al solito in ritardo, chi assieme alle amiche di sempre, chi accompagnata in auto dal padre, chi dopo un saluto frettoloso ai genitori.
Nel frattempo un aereo militare, pilotato da un ventiquattrenne si alza in volo, per un esercitazione, da Villafranca veronese. Il pilota si chiama Bruno Viviani. La lezione di tedesco è iniziata, la classe 2 A del Salvemini ha già preso posto nell’aula della succursale. I banchi sono occupati via via in base all’ordine di arrivo degli studenti.
Quell’aula viene utilizzata sempre da classi diverse, a rotazione: nessuno ha un posto assegnato. Intanto Bruno Viviani comunica con la torre di controllo: a bordo del suo aereo c’è una avaria al motore.
All’altezza di Ferrara viene ordinato al pilota di dirigersi verso Bologna: lì c’è un aeroporto grande e attrezzato per questi casi. L’aereo però non risponde più ai controlli, Viviani si lancia fuori con il paracadute. Quell’aereo non atterrerà mai all’aeroporto della nostra città. Intanto, dalla finestra della succursale, tutta la 2A osserva l’aereo avvicinarsi alla scuola e avvitarsi su se stesso.
Quell’aereo colpirà un pino che ne devierà la traiettoria e sventrerà il muro del Salvemini, entrando nell’aula della 2A. Si scatena l’inferno, poi il buio e il silenzio, almeno nella memoria delle sopravvissute. Come dopo un’amnesia, infatti, si risvegliano quattro ragazze della 2A pochi attimi dopo che la loro vita è cambiata per sempre. Eppure continua, la loro vita. Una di loro, lucida quanto inconsapevole, trova la forza per alzarsi e calarsi dalla voragine creata dall’impatto dell’aeroplano con il muro. Viene seguita da una compagna, in silenzio come sonnambula: si salveranno. Nel frattempo la fusoliera è in fiamme, tutto l’ambiente è pervaso dal fumo e ogni ragazzo è cosparso di fuliggine. Il cherosene ha un odore acre, fortissimo e il suo fumo è denso, quasi oleoso.
Penetra nei polmoni, e nella memoria collettiva di un’intera comunità.
Scuola media Kinder College: Eloise G., Ginevra Z., Giorgio A., Huang Jie C., Lina Z., Lorenzo Kai Jun W., Luce M., Nabila R., Zoe S. Professore Nader Ghazvinizadeh
Casalecchio, un attimo dopo l’impatto, si è già mobilitata. Alcuni passanti improvvisano una staffetta tra il Salvemini e l’ospedale Maggiore accompagnando al pronto soccorso i primi superstiti che incontrano. La bottega del barbiere, non lontano dalla scuola, funge da centralino telefonico per chiamare soccorsi e per veloci, salvifiche, chiamate a casa soltanto per dire «Sto bene». Quattro giorni dopo la tragedia, ai funerali, è presente tutta Casalecchio. Infine il Comune decide di donare alla comunità l’edificio della scuola.
Ora si chiama Casa della solidarietà. La ferita mortale inferta ai muri non è stata suturata: è stata sostituita da una grande, irregolare, vetrata. Oltre la vetrata i nomi delle dodici vittime della tragedia, alle quali dedichiamo questo articolo: Deborah, Laura, Sara, Laura, Tiziana, Antonella, Alessandra, Dario, Elisabetta, Elena, Carmen, Alessandra.
Ci sono diverse opinioni riguardo al nome dell’ideale tredicesima vittima del disastro del Salvemini. Secondo Enzo Biagi si trattava del pilota, Bruno Viviani, che il giornalista immaginava avvolto dai sensi di colpa. Secondo un’altra teoria le tredicesime vittime furono i genitori e i sopravvissuti. Il giorno della tragedia, i genitori (che non avevano notizie dei figli da ore in una realtà senza cellulari e Internet) furono invitati a recarsi all’ospedale Maggiore dove, nell’aula magna, un tabellone elettronico aggiornato in tempo reale, li informava sui destini dei loro figli. Ogni volta che un nome compariva sullo schermo, una famiglia tirava un sospiro di sollievo. Ma non è stato così per tutti: un terribile caso di omonimia creò una falsa speranza.
Dodici famiglie rimasero davanti al tabellone fino a sera. Alla fine furono accompagnate alla sede di Medicina legale, per riconoscere i corpi carbonizzati dei loro figli. Nel frattempo, nel-le corsie del Maggiore, i sopravvissuti lottavano contro il più acuto dei dolori, quello provocato dalle ustioni. Il loro calvario era soltanto all’inizio, li aspettavano molte operazioni chirurgiche e, anche, il senso di colpa.
Tanti sopravvissuti infatti ora che hanno la stessa età che avevano, allora, i loro genitori, raccontano del terribile senso di colpa che li attanagliava per essersi salvati. Confessa una di loro: «Quando andavo a pattinare cadevo apposta: sentivo che dovevo farmi male».